“I Tesori Sacri di Castellammare di Stabia”, volume II

Mauro Romano

Il 24 maggio la presentazione del nuovo libro di Egidio Valcaccia. Il Cinquecento e il Seicento, Castellammare di Stabia 2014. Pagine 80, 34 illustrazioni a colori, 15 illustrazioni b/n (cm. 17x24).

Sarà presentato al pubblico il prossimo il 24 maggio 2014, in occasione del Maggio dei Monumenti, il secondo volume della serie I Tesori Sacri di Castellammare di Stabia, che l'autore Egidio Valcaccia dedica questa volta alle opere d'arte presenti nelle chiese stabiesi del Cinquecento e del Seicento.


L’evento, promosso dall'Azienda di Cura Soggiorno e Turismo di Castellammare di Stabia e inserito nel cartellone Archeologia a Quisisana e incontri di Storia del Comitato Scavi di Stabia, sarà ospitato presso la chiesa della Reale Confraternita del SS. Crocifisso e Anime Sante del Purgatorio (via del Gesù 20).


Il dibattito sarà animato dal giornalista Antonio Ferrara, la lectio magistralis sarà tenuta da Stefano De Mieri (docente di Storia dell'Arte Moderna presso l'Università Federico II).


Il prof. De Mieri, attraverso la proiezioni di numerose immagini tratterà:  La pittura del Cinquecento e del primo Seicento a Castellammare di Stabia e nel suo Circondario.


Seguirà l'esibizione degli artisti Anna Spagnuolo e Salvatore Torregrossa in:  Canti popolari alla Madonna.


Sarà presente mons. Francesco Alfano, Arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia.
 

EGIDIO VALCACCIA, I Tesori Sacri di Castellamare di Stabia. Il Cinquecento e il Seicento, Castellammare di Stabia 2014. Pagine 80, 34 illustrazioni  a colori, 15 illustrazioni b/n (cm. 17x24). Recensione dello storico dell'arte Augusto Russo

 Prosegue l’impegno di Egidio Valcaccia volto all’esame e alla divulgazione del patrimonio d’arte e di fede custodito nei luoghi sacri di Castellammare di Stabia. Con questo contributo, dedicato alle testimonianze figurative risalenti alla seconda metà del Cinquecento e soprattutto al Seicento, l’autore dimostra come e quanto la città sia stata un centro prontamente ricettivo nei riguardi dei fatti d’arte che andavano maturando in Napoli, allora capitale del vicereame spagnolo.

Merito evidentemente delle ambizioni e delle possibilità della locale committenza, la quale - ecclesiastica, confraternale o privata - seppe dotare i propri spazi di manufatti non di rado di alto livello, eseguiti da alcune delle massime personalità attive all’epoca sulla piazza partenopea.

Valcaccia vuol prendere per mano il lettore (che può essere il cittadino semplicemente curioso delle vicende locali, così come il serio storico dell’arte meridionale) conducendolo negli edifici di culto, a cominciare dal monumentale duomo, in cui sono conservate molte delle opere che innervano l’esposizione; attraversando poi il centro storico dove, sia pur tra abusi e zone di degrado, sussistono chiese conventuali e parrocchiali, cappelle, sedi di confraternite, la cui memoria concorre non di meno alla ricostruzione del tessuto culturale del territorio urbano.

Ne risulta una ricognizione utilmente completa, sorta di guida ragionata agli itinerari storico-artistici d’età moderna, fra pittura e scultura. Vi si documentano, tra l’altro, taluni momenti della tarda maniera, esigenze di chiarezza comunicativa conseguenti alla Riforma Cattolica, esiti del naturalismo seicentesco d’estrazione riberesca (cui sono connesse non semplici questioni filologiche), sino ad aperture verso un colorismo barocco di marca giordanesca.

Né vi mancano, sulla scorta di autorevoli opinioni di studiosi raccolte dall’autore, proposte attributive d’indubbio interesse relative ad opere poco, mal note quando non proprio sconosciute. Il tutto condotto con un linguaggio misurato, una prosa volutamente accessibile ad ognuno, cui contribuisce l’ottimo corredo fotografico.

Una trattazione, in definitiva, il cui merito precipuo sta nel riportare all’attenzione un cospicuo nucleo d’opere dal secondo Cinquecento sino alle soglie del Settecento, testimoniando, una volta di più, che l’interesse che Castellammare è in grado di suscitare può e deve andar ben oltre le pur giustamente celebri evidenze archeologiche di Stabiae.

 

 

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