Bum e auguri!

Alfredo Strocchia

Pensieri di fine d’anno pensati in ordine sparso.

Ogni anno, in questo periodo, spendo un po’ del mio tempo per suggerire, a chi vuole ascoltare, qualche riflessione sull’assurdità dei botti di fine d’anno, che da queste parti continuano ad essere presunta lode o ardente invettiva verso un tempo immoto, che dalla sua è solito rispondere con beffarda condanna d'immobilità. Di consueto, mi anticipo anche un po', come in questo caso, in modo da lasciare spazio al pensiero di non fare sciocchi acquisti. Ma conosco il limite delle mie parole e puntualmente, ogni fine d’anno, mi addormento tra rifiuti da smaltire, nella nebbia artificiale, con l’amaro residuo dei sali di stronzio (non pensate male, sono i sali che, combusti, danno il colore rosso ai botti).

Quest’anno, al di là della maturata consapevolezza della vacuità di parlare ai sordi e di scrivere ai ciechi, ritengo che accennare a questa storia dei botti possa essere del tutto superfluo, considerato quanto poco resti da spendere o vi sia da festeggiare, anche se il mio lato realista mi porta a non crederci fino in fondo.

A proposito di botti, mi viene in mente una similitudine andata molto di moda in questo 2020, che è stato paragonato a più riprese, a causa del Covid, ad un anno di guerra. Io ho avuto qualche difficoltà nel metabolizzare questo paragone bellico, ma, alla fine, credo ci possa stare, seppur con qualche nota a margine.

Per la gran parte di noi, il 2020 è stato un anno di guerra nelle retrovie, lontano dalle battaglie, là dove la vita continua a scorrere con qualche sacrificio a forma d’ordinanza, un coprifuoco per sentirsi soli di notte e l’attesa del bollettino giornaliero per contare morti e feriti al fronte; perché no, anche con una tregua estiva per un tuffo a mare. Una guerra presente, ma distante, che ogni tanto porta via qualcuno che conosci, il parente di, l’amico di amici, una brava persona di cui hai sentito parlare. Insomma, una guerra in retroguardia, una di quelle che l’Europa non ha mai visto prima a causa delle sue manie di protagonismo, a meno di non voler affondare i ricordi tra le lontane rovine romane. Una guerra senza troppi effetti di guerra che, però, come la guerra, ci ha rammentato la fragilità, l’opportunismo e l’amicizia, ci ha fatto provare la paura, la noia e la stanchezza, ci ha dato ottime scuse per apprendere cose nuove, come una diversa prossemica, per rispolverare consapevolezze antiche, come l’importanza dell’igiene relazionale, ha acuito il calore o il gelo delle mura domestiche, ci ha insegnato che la gran parte delle cose che consumiamo non servono a vivere, per un po’ ci ha fatto riscoprire la natura, alla lunga ci ha mostrato l’egoismo puro e alla fine vuole insegnarci l’altruismo vero, perché ci suggerisce, senza obbligarci, il valore della responsabilità sociale.

So bene che è ingiusto ridurre l’anno 2020 al solo Covid, perché c’è stato tanto altro, nel bene e nel male. È ingiusto nei confronti di chi ha patito fame e sete, delle foreste finite in fiamme, di chi ha respirato polveri sottili da record, di chi sta tanto male da considerare il Covid solo un ennesimo male tra mali peggiori e, soprattutto, di chi non conoscerà mai il vaccino, gelosamente accaparrato in questi giorni, nell’indifferenza generale, dal lato "bene" di questo mondo. Infine, la nostra impazienza verso quest'anno di Covid cos'altro è se non ignave indifferenza o candida ignoranza agli occhi chi vive la guerra, quella vera, dalla nascita? 

Per chi ancora non lo sa, il 2020 è stato anche l’anno in cui l’avere ha ufficialmente superato l’essere, visto che, come notato da una recente ricerca americana, il peso dei manufatti artificiali ha superato il peso degli esseri viventi. 

Differentemente dal Covid, si tratta di cose apparentemente (e fintamente) distanti dal quotidiano, che per questo tendiamo a scartare verso i margini della nostra coscienza, quelli ai quali non abbiamo mai tempo da dedicare. 

A proposito di botti e di guerra, in questa fine d’anno, in quest’hinterland dello spazio e del tempo chiamato provincia di Napoli, si è riaccesa una guerra di camorra per spartirsi le piazze, giocata tra bombe carta, auto in fiamme e colpi di pistola. Anche questo, purtroppo, il marcio che ci circonda, lo releghiamo alla periferia dei nostri pensieri e ce lo nascondiamo, un po’ per timore, un po' per vergogna, un po' per ottusità.

Alla fine di quest'anno, io non trovo giusto né saggio chiedere all’anno nuovo di portarci belle novità, anzi, reputo doveroso pretendere da noi stessi di essere migliori nell’anno che verrà, per essere noi a regalare al mondo un anno migliore. E credo che l’augurio di riuscire ad essere migliori sia il più bell’augurio che ci sia.

Nel frattempo, tornando ai botti, mi auguro e vi auguro di non sentire l’ennesimo rovinoso bisogno di mandare in fumo i sacrifici fatti, la consapevolezza acquisita e le lezioni apprese, per non fare, come al solito, la fine dei tracchi.

Bum e auguri! 

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