Quanto conta la lingua?

Alfredo Strocchia

Marigliano - Aperitivo politico

È pacifico per l'antropologia e per le scienze umane tutte che la necessità comunicativa segua immediatamente i bisogni primordiali, ossia il sonno, la fame e la necessità di riprodursi. A ben vedere, costruire rifugi, andare a caccia e fare sesso non sono attività praticabili senza che sia messa in atto una forma comunicativa di collaborazione, per cui credo si possa facilmente affermare che la necessità di comunicare pervada proprio tutti gli aspetti della vita umana, anche i più elementari.

Sul tema del linguaggio Oriente e Occidente si sono sempre divisi. Si potrebbe addirittura basare sulla differente concezione del linguaggio la prima macro distinzione tra le due visioni del mondo. Se per il taoismo i nomi che si danno alle cose sono dannosi artifici che generano pregiudizi e confondono la realtà, nella tradizione filosofica e linguistica occidentale le parole sono generalmente considerate univoche precondizioni del pensiero. Una cosa è certa, comunicare è una necessità e della comunicazione il linguaggio è principe.

Negli ambiti sociale e politico il linguaggio assume un ruolo particolarmente delicato, qui, a differenza delle altre scienze, esso non ha solo una funzione descrittiva, ma ha soprattutto un ruolo produttivo. Questo accade perché la politica non è una realtà data, oggettiva, ma è il prodotto dei soggetti che la osservano, che la studiano, la definiscono, la vivono, ne parlano e la mutano.

Nel contesto politico, il linguaggio è di norma utilizzato, in maniera più o meno cosciente, ad espressione del proprio modo di guardare e pensare la società. Ascoltare e leggere con un'attenzione oggettiva e critica il linguaggio usato in politica è importante per comprendere che tipo di uomo politico si ha davanti. Ovviamente, non è tutto bianco o nero, ci sono sempre sfumature di grigio. Invito il lettore a tener presente quanto segue nell'ascoltare in futuro il linguaggio politico e, soprattutto, nell'usarlo. 

Esiste un linguaggio conservatore che descrive l’essere così com’è. Questo linguaggio insegna, tramanda, afferma, racconta che le cose sono così come sono, perpetuando l’esistente. È il linguaggio implicito di chi vive bene nella propria realtà e non vuole che essa cambi. Esiste un linguaggio sovversivo, che prescrive il dover essere, osteggia il presente, si erge a paladino di un futuro da modellare. È il linguaggio esplicito di chi solitamente vuole rivoltare le cose. Esiste un linguaggio "eterologo", ossia incoerente con le sue stesse premesse, fumosamente inconsistente, che cerca di carpire consensi, a volte con prorompenti slogan, altre volte con svergonata impudenza. È il linguaggio opportunista di chi vuole approfittare. Esiste, infine, un linguaggio costruttivo, che dissente senza violentare, sperimenta senza cancellare, tenta senza imporsi, accorda senza scontrare e fa sorgere dubbi. Di solito, è il linguaggio di chi vuole costruire insieme. Purtroppo, è il meno usato.

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