Gomorra a Marigliano, donne al vertice del clan dei Mariglianesi a Pontecitra

Redazione

Alleanza con i "Pazzignani"

MARIGLIANO - Erano mamme e narcotrafficanti,  e  allo  stesso tempo taglieggiatrici. Organizzavano gli agguati e le spedizioni punitive. Le donne avevano un ruolo di punta nella gestione degli affari illeciti dell’area a nord-est di Napoli. Non è il copione di un film, ma lo scenario reale in cui si è mossa la maxi operazione dei carabinieri che ha sgominato il clan dei Mariglianesi, detto dei Paesani, per distinguerlo da quello dei Napoletani.

 A capo Luigi Esposito, detto ‘o sciamarro che aveva stretto contatti con i “pazzignani” tra san Giovanni a Teduccio e Ponticelli.  Dal carcere riusciva a gestire ancora tutti gli affari illeciti, attraverso la compagna Mariagrazia Cavone. 27 sono le persone finite nel registro degli indagati da parte del giudice, Anna Imparato. Venti gli arrestati tra cui anche il figlio del boss  ‘o sciamarro, finito agli arresti domiciliari: Salvatore Pasquale Esposito, detto ‘o sciamaretto.

 Erano stati pianificati due omicidi per fare arretrare il clan di Ciro Piezzo che a Marigliano faceva da contraltare al gruppo di Luigi Esposito, i ‘Mariglianesi’ per intenderci. Il piano era quello di giocare su un agguato a sorpresa, servendosi di personaggi che a Marigliano non erano conosciuti.  E per questa ragione Luigi Esposito si sarebbe rivolto a gente di San Giovanni a Teduccio e di Ponticelli.

Ci sono anche i nomi dei cosiddetti ‘Pazzignani’ nell’elenco delle 27 persone indagate nell’ambito del secondo filone d’inchiesta sugli affari illeciti dei ‘Mariglianesi’. Le misure sono state eseguite dai carabinieri del nucleo investigativo della compagnia di Castello di Cisterna, agli ordini del comandante  Tommaso Angelone, che ha gestito la regia dell’intera attività investigativa, e da quelli di Marigliano, agli ordini del comandante Raffaele Di Donato.

 Un’attività fatta da intercettazioni, di appostamenti, di ricostruzione di alleanze che hanno unito Marigliano e un gruppo di napoletani in un abbraccio mortale. L’indagine, che è la prosecuzione di quella che il 25 maggio scorso ha gettato un primo squarcio di luce sugli affari illeciti gestiti da Luigi Esposito (incluso il controllo dell’assegnazione delle palazzine popolari), vede infatti coinvolti Michele Minichini, figlio di quel Ciro che per decenni è stato il braccio destro di Antonio De Luca Bossa ‘o sicc: Minichini, che è attualmente detenuto per il duplice omicidio del boss della Sanità Raffaele Cepparulo e dell’innocente Ciro Colonna, è accusato di essere l’esecutore materiale dell’agguato – fallito – insieme a Daniele Napolitano, anche lui di Napoli.

 A partecipare all’ideazione dell’agguato anche una donna, Luisa De Stefano, detta Luisa ‘a pazzignana e anche lei già coinvolta nell’inchiesta sul duplice omicidio Cepparulo e Colonna. Un ruolo di supporto al commando sarebbe stato ricoperto da Vincenza Maione, che avrebbe «trasportato e nascosto le pistole, poi consegnate ai killer, e per aver fatto da palo».

Vincenza Maione, pure lei indagata nel duplice omicidio Cepparulo-Colonna, è sposata con Roberto Schisa, un secolo fa esponente di spicco dei Sarno, cosca dalla quale ha preso le distanze quando un paio di anni fa è tornato in libertà, dopo aver scansato i sospetti di aver contribuito all’uccisione del fratello Giuseppe che i Sarno ritenevano in odore di pentimento.

Non è tutto: Vincenza Maione è anche la madre di Tommaso Schisa, condannato per il concorso nell’omicidio del 27enne Umberto Improta, un bravo ragazzo rimasto colpito a morte da una pallottola vagante, mentre si trovava sull’uscio del Caffè del Presidente  a San Giorgio a Cremano. Schisa, che all’epoca era minorenne, faceva parte di uno dei due gruppi opposti di giovanissimi che regolarono i loro conti in strada: uno dei componenti della sua cerchia aprì il fuoco, ammazzando per sbaglio Umberto.

 Il tentato omicidio non si realizzò solo perché i carabinieri – avendo intercettato grazie alle ‘cimici’ il piano dell’omicidio – intervennero per tempo sequestrando le armi e l’auto che sarebbero state usate per l’agguato.

Ma quella del tentato omicidio non è la sola accusa contestata ai ‘pazzignani’. Nelle oltre mille pagine di ordinanza di custodia cautelare, infatti, è possibile ravvisare anche accuse di rapina mosse a Michele Minichini, a Vincenza Maione e al marito Tommaso Schisa.

Il 20 marzo 2016 si verificò una rapina nello Smooth Bar  in via san Francesco, nel corso della quale il cassiere si ritrovò una pistola puntata in testa e fu costretto a consegnare gratta e vinci, denaro contante e sigarette. Con le stesse modalità il 22 marzo sempre del 2016 venne rapinata il bar tabaccheria Prisco in via Somma a Marigliano. Questi due colpi sono contestati a vario titolo a Minichini, Schisa, Maione e Mauro Marino.

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