Marigliano, un PUC che rispetti il passato. Di tutti noi.

Redazione

MARIGLIANO -  Nel 2011, un primo, raro - e per quanto ne so - unico tentativo di copianificazione urbanistica veniva avviato tra il Comune di Marigliano e la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici della provincia di Napoli. Al centro della copianificazione vi erano non solo l'aspetto della tutela paesaggistica e ambientale della città, la conservazione del suo centro antico e delle espansioni storiche, carichi di memorie, ma anche la salvaguardia di tutti gli altri centri storici del territorio comunale: Lausdomini, Faibano, Casaferro, San Nicola, San Vito, Miuli-Selve.

Il 19 settembre 2011, il Settore Urbanistica del Comune trasmetteva alla Soprintendenza il Rapporto Preliminare Ambientale del nuovo Piano Urbanistico Comunale e dopo circa un mese, il 20 ottobre, la Soprintendenza faceva pervenire a Palazzo di Città le sue prime osservazioni con il protocollo n. 24033.

Nel percorso di copianificazione e valutazione del nuovo strumento urbanistico, per la Soprintendenza fondamentale era la questione della conservazione dei centri storici, per i quali doveva essere urgentemente formulata “una normativa che prevedesse interventi di restauro conservativo e di manutenzione ordinaria sugli edifici antecedenti il 1942, e che conservasse l’attuale andamento e configurazione planimetrica evitando opere di sventramento e di ristrutturazione urbanistica”.

Secondo gli esperti del Ministero dei Beni Culturali, che avevano esaminato il preliminare del PUC di Marigliano, la futura pianificazione doveva riservare grande attenzione alla tutela delle strutture urbanistiche, agli elementi tipologici dei tessuti edilizi, mentre le “eventuali opere di recupero abitativo non avrebbero dovuto variare l’aspetto prospettico delle facciate sugli assi viari, la sagoma complessiva e l’altezza degli edifici”. Rigorose prescrizioni, inoltre, venivano dettate per le pavimentazioni stradali “evitando l’introduzione di materiali estranei alla tradizione locale”, per le “pertinenze coloniche di abitazioni ed edifici rurali nella zona del paesaggio agrario di interesse storico-culturale che andranno conservati nella loro consistenza planimetrica, volumetrica e materica”, per il “piano del colore per gli edifici ricadenti nel centro storico”.

Dopo il sacco scandaloso del territorio avvenuto nei decenni precedenti con clamorose demolizioni di beni culturali, speculazioni in zone di pregio, sconvolgenti ristrutturazioni spacciate per restauri, lottizzazioni truffaldine sui beni vincolati, che avevano guadagnato le pagine di giornali, servizi televisivi, interrogazioni parlamentari, inchieste della magistratura, la Soprintendenza, in una filiera di responsabilità e azioni, offriva il suo importante contributo con una serie di direttive, indicazioni e valutazioni. 

Il nuovo PUC di Marigliano, insomma, avrebbe dovuto contemplare “schede di dettaglio per le unità di morfologia urbana dei centri storici comprendenti: norme tecniche di attuazione, parametri edilizi-urbanistici, suddivisioni di Unità in sub-unità, analisi tipo-morfologica, classificazione degli elementi edilizi (ovvero delle tipologie) con relative destinazioni d’uso, lettura degli spazi aperti privati e pubblici, individuazione delle modalità di intervento edilizio”. A tutto questo, poi, si sarebbero dovute aggiungere delle norme più stringenti “per la salvaguardia e la valorizzazione delle risorse del patrimonio botanico-vegetazionale e del paesaggio agrario”.

Da allora sono passati circa sei anni ma con la pianificazione urbanistica siamo ancora punto e a capo. Ebbene si, lo confesso. Tutti i vari strumenti urbanistici di Marigliano elaborati a partire dagli anni Novanta non mi hanno mai particolarmente esaltato. Eccessivo consumo di suolo. Scarsa attenzione all’ambiente naturale e al paesaggio agrario. Pioggia di mansarde e di rustici agricoli (per lo più finti). Marmellate di cemento e volumetrie a dispetto di una città totalmente al collasso (ambientale, demografico, economico, culturale, sociale e mi fermo qui). Di tutto l’impianto del PUC 2011, però, l’aspetto più interessante era proprio quel tavolo di concertazione dal quale erano scaturite linee urbanistiche di grande interesse collettivo.

Con il nuovo PUC 2017 targato Partito Democratico, mi chiedo, cosa è cambiato? Perché non c’è più traccia di un confronto con la Soprintendenza dell’area metropolitana di Napoli? Non si perda quindi altro tempo in polemiche politiche sterili. Si riprenda il tavolo tecnico e quel rapporto di fattiva collaborazione con gli Uffici periferici del Ministero dei beni culturali. Ci sono in ballo questioni strategiche per il futuro. E nella storia della città c’è la chiave del suo sviluppo urbano.

 

Giovanni Villano

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