Marigliano, sgominata banda di estorsori: il retroscena degli arresti

Redazione

Intervista all'imprenditore Pasquale Ciappa che ha permesso di sgominare la banda

MARIGLIANO -  “La sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini”, scriveva Leonardo Sciascia, quella stessa sicurezza di cui si nutre la camorra, traendo forza e sostentamento dalla paura e dal silenzio dei cittadini. La stessa sicurezza ostentata dai gruppi criminali che per lungo tempo hanno taglieggiato e perseguitato, attraverso minacce, violenze e mortificazioni un imprenditore del territorio, certi che, stretto nella morsa del terrore, mai si sarebbe ribellato.

Per una volta però si sono sbagliati, la vittima perfetta che per circa 15 anni ha pagato in silenzio, sostenuta e supportata dai carabinieri che gli hanno infuso una fiducia nuova, ha trovato il coraggio di alzare la testa e dire basta, denunciando i suoi estorsori, spogliandoli così di ogni sicurezza, sgretolando il loro potere.

Sei i soggetti, tra boss, affiliati e semplici gregari, appartenenti a diversi e contrapposti clan, che il coraggio dell'imprenditore unito al lavoro degli uomini dell'Arma, ha mandato dietro le sbarre:   Luigi Esposito alias “'o Sciamarro”, presunto boss del gruppo di appartenenti all'ex clan Castaldo Sapio; Salvatore Pasquale Esposito, alias “Sciamarretto”, nipote del boss e suo uomo di fiducia; e i fratelli Giovanni Castaldo detto 'o luong, pezzo da novanta dell'ex clan Castaldo e Rosario Castaldo, tutti appartenenti al clan emergente di Sciamarro. Per il clan contrapposto degli ex affiliati ai Mazzarella, a capo del quale si ritiene vi sia Cristiano Piezzo, sono finiti in cella:    Giovanni Rega, nipote di Tommaso Rega alias Chirichiello, reggente dell'omonimo clan operante su Brusciano e paesi limitrofi, e ritenuto dagli inquirenti uomo appartenente ai Mazzarella e Fortunato Piezzo alias Winny, figlio del presunto boss Cristiano.

Uno scacco che i signori del racket di Marigliano, che utilizzando il metodo mafioso, imponevano il pizzo sul territorio, che come parassiti hanno succhiato il sangue di imprenditori e commercianti per erigere i loro castelli di cartapesta e rafforzare il loro effimero potere, mai si sarebbero aspettati.

L'imprenditore Pasquale Ciappa, ci ha raccontato la sua storia:

 Da quanto tempo fa l'imprenditore e di cosa si occupa?

Ciappa: “Ho cominciato la mia attività imprenditoriale nel 2003, dal nulla, tramite un amico. Sono partito con l'istallazione di una sola slot machine. Oggi do lavoro a circa 30 persone”.

 Quando ha cominciato a ricevere e pagare  richieste estorsive?

 Ciappa: “Ho cominciato a pagare il pizzo già nel 2003, mille euro al mese e poi sempre di più. A volte nello stesso mese pagavo anche tre quattro volte, dal momento che a chiedere il pizzo si presentavano a turno diversi clan e gruppi criminali del territorio. In 14 anni ho pagato circa 400mila euro di estorsioni”.

 Cosa l'ha spinto a ribellarsi dopo tanto tempo?

Ciappa: “La cattiveria e l'accanimento di alcuni  di loro. Io inizialmente non  vivevo le richieste come estorsioni. Nella mia buona fede, le vedevo come “aiuti” nei confronti di chi magari aveva bisogno. Mi ritenevo una persona fortunata e mi sentivo quasi in dovere di restituire qualcosa alla vita, anche cercando di andare incontro a chi veniva a bussare alla mia porta. Ma poi la richiesta è divenuta pretesa, e hanno avuto inizio le violenze, le mortificazioni, le minacce. Non ero più in diritto di dire no e mi sentivo come se mi avessero messo un cappio al collo che si stringeva sempre di più giorno dopo giorno”.

 Quali sono le cattiverie e le violenze che ha subito, se la sente di raccontare cosa ha provato?

 Ciappa: “Sono state tante. Quando luigi Esposito uscì di galera diversi anni fa, io lo incontrai in strada e mi avvicinai per salutarlo, lui mi prese a schiaffi, davanti ad alcune persone che erano con lui, così senza motivo, poi mi disse “portami per stasera trentamila euro”. Mi sentì umiliato, difficile da spiegare. Successivamente le richieste si sono fatte sempre più insistenti e quando non ero in grado di soddisfarle, subivo rapine a catena. Un giorno mi furono chiesti 20mila euro, ma io pagai solo 2500 euro, pochi giorni dopo, alcuni uomini armati, che ho saputo essere persone  “vicine” a chi mi aveva chiesto i 20.000€,  entrarono nell'agenzia di scommesse e mi rapinarono. In seguito ebbi la conferma da fonti confidenziali che il mandante era stata la persona a cui avevo consegnato 2.500€. A quella ne seguirono tante altre. Ma la violenza più grande l'ho subita quando mia moglie nel 2015 si è ammalata di cancro. Sono stati 4 mesi di sofferenze, durante i quali non l'ho mai lasciata sola, non andavo neppure a lavoro. Vennero due clan in quel periodo a chiedere soldi, e quando dissi loro che ero impossibilitato per le condizioni di salute di mia moglie, mi risposero “ci dispiace ma non sono problemi nostri, abbiamo anche noi i nostri problemi”. Li mi sono sentito davvero calpestato, schiacciato e capì che dovevo dare una svolta. Poi mia moglie morì e io non ebbi più la forza. Poco dopo fui arrestato per fatti di cui non sono responsabile e per i quali è ancora in corso un processo. Anche durante i mesi di carcere, i vari clan hanno continuato a pretendere il pizzo. Quando ero in carcere, hanno fermato mia madre ultra 70enne e le hanno fatto delle pressioni per convincermi a pagare. Quando sono stato scarcerato e posto ai domiciliari, sono tornati più insistenti che mai, e mi hanno minacciato più volte. Luigi Sciamarro, pretendeva addirittura gli arretrati. Qualche mese fa hanno persino incendiato il negozio di caffè gestito da mia sorella, a Marigliano per costringermi a pagare”

 Dunque sono state le continue violenze e mortificazioni i motivi per i quali, dopo tanti anni di soprusi ha deciso di dire basta?

 Ciappa: “Si, ero stanco, stremato. Il comandante della caserma di Marigliano Raffaele Di Donato e il capitano Tommaso Angelone, mi hanno sentito più volte come persona informata sui fatti, in merito ad alcune dichiarazioni rilasciate dal pentito Lello Aurelio, sulle estorsioni da me subite. A quel punto, la stanchezza per tutto ciò che mi era stato fatto insieme alla fiducia che mi hanno trasmesso i carabinieri, che mi sono stati vicini e mi hanno aiutato, ho deciso di parlare. Per un certo periodo, alcuni degli estorsori, tra cui qualche mio falso amico, avevo anche cercato di metterli in guardia, avvisandoli che i carabinieri stavano lavorando e che avevano posto una certa attenzione su di me, ho cercato di persuaderli dal venire a cercarmi il pizzo, ma loro si sentivano più forti e mi hanno risposto che dei carabinieri non gliene fregava niente, che dovevo pagare”.

 Si sentivano invincibili, ma i carabinieri li hanno fermati e arrestati tutti. Si è pentito?

 Ciappa: “ Assolutamente no. Probabilmente se non mi avessero perseguitato così tanto e non avessero mostrato una totale mancanza di “Umanità” avrei continuato a pagare in silenzio. Ma così no. Hanno chiesto ed ottenuto per anni cifre che non ero in condizione di pagare. Mi sentivo in una morsa e alla fine ho detto basta. Non sono pentito, lo rifarei”.

 Se, sulla scorta della sua esperienza, dovesse dare un consiglio a quegli imprenditori che si trovano a vivere l'inferno che ha subito lei, cosa direbbe? Qual è il messaggio vorrebbe dare loro?

 Ciappa: “ Cosa direi? Direi innanzitutto di fare distinzione tra l'aiutare chi ha bisogno e pagare chi ti costringe. Denunciate chi tenta di schiacciarvi. Una cosa però voglio dirla anche alla D.D.A. : se un imprenditore trova il coraggio di denunciare, dovete tutelarlo, metterlo in condizioni di non correre rischi, non potete lasciarlo solo e abbandonarlo al proprio destino".

Monica Cito

Foto di archivio

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