Marigliano, Verna: libro bianco II parte

Anita Capasso

MARIGLIANO - Stava calando la sera e i raggi del tramonto filtravano dai lucernai colorando d'oro il chiostro. Ci inchinammo e con le nudi mani scavammo con foga tra le pietre e i calcinacci impietosi. All'improvviso Giovanni alzò lo sguardo e si fece il segno della croce. Che stava succedendo? Perchè quel rivolgersi a Dio. Dovevamo fare presto: quella era l'unica occasione che avevamo di poter esplorare il convento e non dovevamo sprecare neanche un secondo. Capito: neanche un secondo. Nessuno ci avrebbe più fatto entrare in quel convento dove si nascondono fatti e misfatti e dove ognuno è complice dell'oblio. Da lontano, Luciana, era stata rapita da altre bellezze scolpite sui colonnati dei corridoi. Giovanni aveva gli occhi smarriti e rivolti verso un frammento di ossa umane che stringeva fra le mani. "Tieni, tieni"; urlò e continuò la sua affannata ricerca. Seguirono altri frammenti e poi altri segni della croce. Riuscimmo a recuperare qualche altro resto dei poveri Santi finiti nel calderone cementizio della promiscuità.
 

Chi era san Fortunata, chi era san Liberato? Come avremmo mai potuto saperlo. La livella dell'insensibilità aveva reso tutto dannatamente uguale cancellando ogni traccia di identità. Il convento "Antonia Maria Verna" era il cuore pulsante della memoria, ma Marigliano, non era stata sempre la culla della religiosità? E quelle mura monumentali non erano un poco come una maestosa e discutibile madre che attrae e respinge generazioni di ragazzi? In quanti erano cresciuti tra quelle mura persi tra ricordi belli e brutti, arricchiti e segnati allo stesso tempo da discipline educative più che rigorose? Possibile che nessuno si interrogasse di fronte a quel portone sbarrato dal dopo sisma dell'80? Suor Crocefissa, suor Achille; quanti nomi che si accavallano nella mente suscitando turbolenti pensieri. La scuola convitto è tristemente vuota da anni. La spettrale clausura viene rotta dal cinguettio di un pettirosso messaggero di vita. Non è come sembra: il Verna non è un deserto. E' la città. E'una madre che ha il dono dell'eternità e che non può morire. E' una donna sfibrata che mantiene inalterato il suo fascino. E' una donna che conserva latenti le origini di Marilianum. Se no come si spiegherebbe che dal suo ventre sono stati partoriti a distanza di secoli gli scavi archeologici riconducibili alle mura della città?
 

Non vuole abortire il Verna, non vuole gettare via i suoi germogli universali di vita. Ma non ha voce: non sa rivendicare forte il suo diritto ad esistere. E' troppo dignitosa, troppo per battere i pugni sul tavolo del compromesso. Ma noi giovani cosa potevamo fare? Cosa possiamo fare ora che siamo cresciuti segnati da mille ferite di indifferenza ed ipocrisia?. Ogni notte e confesso ancora oggi il pensiero ci tortura. E' come se i santi Fortunata e Liberato si fossero insinuati nella mente. Che cosa hanno che non va? Lo chiedono a noi . Cosa hanno che non va? Ce lo chiediamo anche noi. In quanti a Marigliano si chiamano Fortunata e Liberato? Saranno pure santi minori, ma un minimo di devozione c' è. Santo Dio e lo scopriamo nel registro delle nascite. Ma allora questa promiscuità tra polvere, calcinacci e materiali cementizi di chi è figlia? "Signurì, giuvinò ca nun se capisc niente, s'nanna iut e ognuno ha fatt chell ca l parev e piacev". Un anziano rompe l'atmosfera surreale mentre il nostro sguardo viene rapito da un enorme pila di tubi innocenti.
 

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