Un Primo maggio senza lavoro e senza i sindacati in piazza.

Andrea America

E’ la prima volta che il sindacato a Napoli non ha organizzato alcuna iniziativa per il Primo maggio. Non posso crederci. Sono deluso e amareggiato. Non credo possano esserci ragioni di alcun tipo per motivarne la mancanza. Anche nei momenti difficili dei rapporti sindacali e della politica, la festa dei lavoratori, è stata sempre vissuta con il protagonismo dei sindacati, seppure con elementi di criticità.

E pensare che mai come adesso di fronte ad una disoccupazione paurosa che mortifica e umilia centinaia di migliaia di giovani diplomati e laureati, necessita una forte mobilitazione soprattutto nell’area napoletana e nel nolano, per il lavoro e l’occupazione e per difendere quello che ancora resta del lavoro. Confesso di provare amarezza e un pizzico di nostalgia per le vecchie manifestazioni sindacali del Primo maggio. Non sono un conservatore, utilizzo l’Ipad e il digitale con piacere, apprezzo le mutazioni del mondo del lavoro e della società, seguo con interesse e passione l’evoluzione della politica e le vicende sindacali. eppure, chissà perché, rimpiango le manifestazioni unitarie dei sindacati in piazza con i lavoratori, giovani e pensionati.

Era emozionante partecipare, lottare, ritrovarsi in corteo dietro lo striscione di Cgil, Cisl, Uil, con la scritta:”Primo maggio, giorno di festa e di lotta”. Era una straordinaria giornata di mobilitazione per l’affermazione dei bisogni e dei diritti della persona e dei lavoratori. C’erano tensione e come obiettivo l’affermazione di un futuro migliore. Una società più equa e giusta.Non meno emozionante e “stressante” erano i giorni che precedevano la manifestazione, con i quadri sindacali impegnati unitariamente ad organizzarla e farla vivere dai lavoratori con passione e partecipazione. Certo, erano altri tempi, altra passione, altra militanza, altri sindacalisti. Si manifestava, si lottava, per la pace e l’emancipazione dei popoli. Ci si scontrava anche con i nemici e provocatori del movimento dei lavoratori.

Ricordo il raggruppamento alle otto del mattino del Primo maggio in Piazza Garibaldi, con la banda musicale davanti al corteo che suonava l’Internazionale, Bella ciao, Bandiera rossa, ed i giovani universitari dalle scale dell’università centrale che salutavano col pugno alzato. In coda al corteo non mancava mai il gruppo degli anarchici, e normalmente la manifestazione terminava in Piazza Matteotti col comizio di un leader del sindacato nazionale. Nel 1984, e come potrei dimenticarlo, sul palco, al fianco di Luciano Lama, c’ero anch’io per tutta la durata del suo comizio. Fu un’emozione straordinaria, indicibile.

Al termine del comizio ci furono scontri fra i compagni del servizio d’ordine e un gruppo di demoproletari che reclamavano a voce lo sciopero generale e tentarono di portare il loro striscione sotto al palco. Ero sul palco, perché qualche mese prima, dopo venti anni dedicati a lotte e manifestazioni di piazza, vertenze e contratti, confronti e scontri, trattative e scioperi, denunce e assoluzioni, dopo avere attraversato tutti i rischi e i pericoli dell’autunno caldo, del boia chi molla, della lotta alla violenza e al terrorismo, ero stato eletto segretario della Camera del lavoro di Napoli. Allora c’erano il Pci e il Psi, nella Cgil, operavano le componenti comunista e socialista. E c’erano autorevoli dirigenti sindacali che hanno fatto la storia del movimento sindacale. A volte si litigava pure, ma senza mai mettere in discussione la natura, la tradizione e le speranze del Primo maggio.

 

 

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