Marigliano, Fujenti: intervista a Luigi Monda

Redazione

MARIGLIANO -  Luigi Monda è antropologo, documentarista, conservatore dei beni culturali. Appassionato ricercatore della storia del suo paese d’origine, Lausdomini, è autore di numerosi studi sulle tradizioni religiose locali in particolare sul pellegrinaggio dei battenti alla Madonna dell'Arco a cui ha dedicato diversi saggi e monografie. Con lui parliamo non solo del grande successo delle iniziative, che si stanno svolgendo in questi giorni a Lausdomini in occasione del cinquantenario della fondazione della seconda Associazione Battenti, ma anche del ruolo dei fujenti e del loro modo di esprimere la fede, l’amore e l’impegno.

 

Allora un grande successo le celebrazioni del cinquantenario della Seconda Associazione dei Battenti di Lausdomini…
Si una bella festa di popolo. Colorata, gioiosa, passionale, profondamente spirituale. La processione dei battenti per le strade della cittadina è stata emozionante e suggestiva, seguita da migliaia di persone. Ha lasciato sensazioni profondamente positive. L’intera comunità si è ritrovata attraverso la storia e la religiosità popolare in onore della Madonna.

A Lausdomini il culto in onore della Madonna dell’Arco ha origini antichissime.
Proprio così. Lausdomini fu uno dei primi paesi della diocesi di Nola a mostrare una particolare devozione nei confronti della Madonna dell’Arco. Ci sono già documenti della fine del Cinquecento e dei primi decenni del Seicento che testimoniano questo profondo legame tra la gente di Lausdomini e il santuario di Sant’Anastasia.

Quali sono le iniziative per il cinquantenario?
C’è una mostra di fotografie storiche allestita nella sede dell’Associazione a Corso Campano . Insieme ai battenti stiamo raccogliendo materiale, reperti, cimeli, ma anche storie che speriamo di pubblicare. Questa è memoria collettiva. Va conservata e divulgata alle giovani generazioni. Speriamo di riuscirci entro quest’anno. Poi ci saranno le grandi manifestazioni pasquali con il pellegrinaggio del Lunedi dell’Angelo.

A molti le manifestazioni dei battenti fanno ancora storcere il naso.
Bisogna mettersi in testa che queste forme di devozione rientrano nella religiosità popolare. Identificano la fede del popolo. Il popolo vive una propria fede, con modi e forme a esso congeniali. I battenti manifestano la sete di Dio con un pellegrinaggio rituale povero, drammatico, concitato che spesso richiede grande generosità e sacrificio. E’ un modo di esprimere la propria fede con la propria sacralità al pari dei Gigli di Nola in onore di San Paolino vescovo. Lì ci sono addirittura danze sfrenate, canti, assordanti rumori di bande musicali, ritmi di tamburi. Eppure in quel caso nessuno si scandalizza, nessuno storce il naso e nessuno si preoccupa di purificare delle autentiche storpiature.

A differenza però dei Gigli di Nola, ci sono nei confronti dei battenti continue discussioni, contrapposizioni e ostilità.
Capita spesso nelle nostre piccole realtà di assistere a queste inutili contrapposizioni. Da una parte i battenti, gente spontanea, cristiani semplici, senza un’istruzione adeguata e dalla posizione sociale modesta; dall’altra, invece, i colti, le persone intelligenti, coloro che sanno, gli eletti, i militanti, coloro che non sono contaminati da queste forme di religiosità ritenuta “povera, senza valori, folcloristica e fanatica”. Per questi cristiani la liturgia è tutto. Si arrogano il diritto di guidare coloro che non sono colti e non sono “intelligenti” come dicono loro.

Ma la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia.
Esatto. Questo lo dice il Concilio Vaticano II. Il fedele può vivere altre forme di religiosità e può esprimerle con forme proprie. Ciò che però reputo intollerabile è lo snobismo, la presunzione, il disprezzo verso queste forme di devozione, di preghiera, di religiosità. E quando penso ai presuntosi mi viene in mente quella bellissima parabola di Gesù riportata dall’evangelista Luca.

Qual è?
Quella del fariseo e del pubblicano che pregavano nel tempio. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: « O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Gesù Cristo conclude la parabola dicendo che il pubblicano tornò casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Nella Chiesa purtroppo tanti hanno lo stesso atteggiamento del fariseo della parabola: chiusi in se stessi, autoreferenziali, certi della propria appartenenza che li rende “eletti” rispetti a tutti gli altri.

 Come giudica questi comportamenti ?
Da farisei, appunto. I recinti e le elites sono sempre un concentrato di egoismo e bigottismo, non mi piacciono. Certo tutto è sotto controllo, tutto è programmato, tutto è progettato secondo schemi e gusti molto umani. Gli steccati, però, non portano l’unità ma la divisione, il conflitto, l’omologazione.

Si è perso, come dice papa Francesco, il contatto con le diversità religiose e il popolo.

Non tutti hanno gli strumenti culturali per leggere san Tommaso d’Aquino. Non tutti sono interessati alle esperienze dei neocatecumeni di Mario Pezzi, alle opere di Luigi Giussani o di Chiara Lubich. Non ci sono solo cristiani da salotto che si raccontano le esperienze di vita settimanale. C’è anche altro. Ci sono anche altre realtà. Ci sono anche muratori, operai, contadini, gente semplice abituata alla fatica, al sudore, a una religiosità umile, genuina, diretta, intesa soprattutto come servizio e apertura verso gli altri. In molti comuni ci sono le confraternite, ad esempio, con il loro passato di storia, arte e lo straordinario vissuto di carità. A Lausdomini sono sopravvissuti solo i battenti. Ebbene in molti casi questi ragazzi conservano atteggiamenti interiori che raramente si osservano altrove.

Quindi si ritiene soddisfatto dell’iniziativa?

Si molto. E’ stato un bel momento per Lausdomini. Peccato per le assenze. Si è persa una grande occasione per rinsaldare i legami in una comunità sempre più frammentata e divisa, accogliendo e evangelizzando migliaia di persone. Con la burocrazia non si va da nessuna parte, non si va nelle periferie dell’uomo. Le dogane pastorali e i recinti allontanano, non aprono le porte. Peccato davvero.

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