Camen Crisafulli: «per Taurano che non smemora»

Mariateresa Buonfiglio

Sul murale di Carmen Crisafulli abbiamo chiesto un parere critico al prof. Angelo Calabrese, critico d’arte e profondo conoscitore dell’arte naive.

Il murales di Carmen Crisafulli (4x3 circa), pittrice naif messinese, ci racconta una storia triste; una delle tante «male annate», che hanno caratterizzato l’economia di Taurano attraverso i secoli.
Una contadina, dal classico volto mediterraneo, stanca, si riposa all’interno di un tronco di un nodoso ulivo, pensosa; si era recata nel suo oliveto per raccogliere le ulive con due «panari» e invece, riesce solo a riempirne il fondo di uno solo. Fanno da contorno uliveti secolari, la ginestra e fiorellini tipici locali; in un angolo il convento di San Giovanni del palco.

Sul murale di Carmen Crisafulli abbiamo chiesto un parere critico al prof. Angelo Calabrese, critico d’arte e profondo conoscitore dell’arte naive.

«Di questa sensibilissima artista affasciano le modulazioni del narrato che, in ampiezza di respiro, coniuga la favola bella e quella fatalità che da sempre e per sempre verifica l’umana condizione nelle stagioni della vita. Ama le evocazioni e le metafore che trascrive in larghe scene dove l’estro naive è nelle dimensioni cromatiche e nella corposa nitidezza dell’immaginario, reso poetico dalla visionarietà che transita dalla fanciullezza incantata, agli anni della matura ragione, che non la perdono; anzi la ri-vivono nella memoria e nei presagi. Questa particolare dimensione del tempo è vissuta nella poesia nitida della sospensione alle soglie dell’incertezza, vissuta a occhi aperti sul futuro, in atteggiamento assorto, come è sempre stato e sarà nell’ora della pena. La Crisafulli fa pittura affettiva, cosmica e cita, fuori stagione il malanno, che nell’etimo chiarisce il senso di un tempo deluso al culmine dell’attesa; nell’anno della pessima resa il raccolto vanifica la speranza. Nel suo narrato per Taurano non tiene conto del rito della raccolta delle ulive: non è il paese d’inverno quello che propone sotto un cielo terso ed estraneo al dramma della donna, in prima bellezza, che siede mesta dove l’esistenza mostra la biforcazione dei tronchi di un ulivo centenario. Le basta ammonire che è stato sempre così e così sarà per la vita che transita tra meraviglie naturali, fatiche, pene e speranze. Carmen Crisafulli non dipinge tempi distinti: apre la scena sull’esistenza e fa convergere al dato essenziale le proprie distanze in apparenza separate sotto il cielo che cela il mistero, che attrae lo sguardo verso l’alto e poi lo fa rivolgere sulla luce variamente dorata in cui si distinguono, a sinistra, l’uliveto e, a destra, il paese noto, che si fa metafora di tutto il mondo che è sempre paese, dovunque si vada. La luce dorata che la fanciulla, delusa nelle sue speranze, non vede, perché le volge le spalle, è promessa di speranza non delusa. La secolare forcella che la trova seduta e, al momento, incapace di scuotersi, la invita a resistere: la ginestra tenace non si lascia ingannare dal cesto vuoto e la povertà del raccolto, evidente nell’altro cesto, va vissuta nel senso del bicchiere mezzo pieno. La lezione è proprio quella che il mondo contadino sa proporre sommando realtà e fantasia che, alle biforcazioni esistenziali, verifica la realtà come esperienza delle verità. Per chi sa leggere nelle immagini le radici delle parole che le interpretano, la fanciulla cheal momento non è vita attiva, “sistit” saprà “esistere, “ex –sistere”, si alzerà e riprenderà il cammino; sarà vitale nel tempo al quale darà la sua impronta forse tornando a correre, forse con passi meditati sui prati che tornano a fiorire, tornerà primavera con tutti gli incerti del mestiere di vivere.
Carmen Crisafulli ha illustrato tutto questo per Taurano che non si smemora.
».
 

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