Sentenza Fiat, America: ho brindato alla notizia

Andrea America

POMIGLIANO - Ho accolto con un brindisi la notizia della sentenza con cui il Tribunale di Roma, condanna la Fiat di Pomigliano, a ripristinare lo stesso rapporto tra addetti e iscritti alla Fiom, che c’era prima di avviare a produzione la nuova Panda. Ora deve assumere 145 operai Fiom. Finalmente. Mi fa piacere che la notizia sia stata ripresa da tutti i quotidiani, molti dei quali avevano dimostrato disinteresse nel periodo in cui da solo e isolato, il Corriere del Mezzogiorno, diede rilievo e importanza alla odiosa discriminazione anti-Fiom.

Con la stessa franchezza devo dire che continuo a non apprezzare il comportamento dei dirigenti della Uilm e della Fim Cisl. Mi sarei aspettato, che anche per farsi perdonare del loro connivente silenzio di questi mesi, avessero annunciato un minimo di autocritica e la ripresa di una riflessione sull’unità sindacale e dei lavoratori. Avrei letto con soddisfazione la notizia di una assemblea unitaria a Pomigliano di tutti i lavoratori per avviare un nuovo percorso strategico e sindacale. L’unità, ancor prima di ogni cosa oggi è indispensabile al sindacato se vuole evitare di alimentare la guerra fra i poveri, e per dare ai lavoratori una sponda forte e a tutela dei loro diritti.

L’esigenza di autonomia e unità del sindacato nasce dalla necessità di non delegare agli altri quelli che sono i suoi compiti naturali. Il vecchio sindacalista socialista Fernando Santi segretario confederale della Cgil già nel 1965 ebbe a dire: “ il sindacato non deve soggiacere alla pressione padronale, alle esigenze politiche di questo o quel partito, di questo o quel governo. L’unità del sindacato, quando è perduta, non si rimpiange, ma si conquista. Si conquista e si mantiene con una linea sindacale che porti avanti le giuste rivendicazioni dei lavoratori, a quel momento dato, in quelle obiettive condizioni, così come la realtà li promuove e le rende possibili come dimensione, e da conquistarsi con un intelligente uso delle nostre forze e con metodi di lotta che siano accettabili dai lavoratori ”. Con la stessa franchezza, aggiungo che il sindacato oggi, nessuno escluso, deve radicalmente cambiare e rinnovarsi, nelle strategie, nel modello organizzativo e negli uomini, soprattutto nelle categorie. Il sindacato deve riaffermare la sua funzione di organizzazione che tutela i diritti dei lavoratori e dei cittadini tutti, che lotta per innalzare globalmente la qualità della vita del Paese. Ancor prima deve dire con chiarezza cosa vuole e dove vuole andare.

Lo sciopero è una manifestazione tipica del sindacato, è lo strumento che essi storicamente hanno usato per difendersi dalle ingiustizie, dai soprusi e per affermare i loro diritti di libertà, di dignità, di migliori condizioni di vita, ma non può bastare, ne essere demonizzato. E’ fondamentale che l’azienda ritorni a fare l’azienda, e che i sindacati ritornino a fare i sindacati, mettendo fine a vecchie logiche di relazioni industriali. Fare il sindacalista deve ritornare ad essere una scelta di vita, un riferimento nei luoghi di lavoro e sul territorio. Il sindacalista non deve sottrarsi al compito di produrre costantemente uno sforzo contemporaneamente di analisi e di fantasia per pensare a come deve essere la nuova fabbrica, il nuovo ufficio, la nuova città, la nuova società.
 

 

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