Marigliano, clan Castaldo: chiesta la conferma delle condanne

Loredana Monda

 MARIGLIANO - A Napoli, processo d’appello a Giuseppe Castaldo e compagni: avanzata la richiesta di conferma delle condanne già inflitte per associazione di stampo mafioso finalizzata alle estorsioni e allo spaccio. Nell’udienza di ieri, con una breve requisitoria, il procuratore generale ha sollecitato il collegio giudicante (presieduto dalla dottoressa Catena) a riaffermare il quadro emerso nel primo grado di giudizio, che si è chiuso un anno fa al Tribunale di Nola. In una manciata di minuti, una tegola si è abbattuta sulla testa del boss Giuseppe Castaldo ('o commerciante) e di altri quattordici imputati. I difensori (tra cui Alfano, Guida, Carpino, Pepe, Riccio, Sgambato, Ricciulli, Spiezia, Napolitano, Graziano, Bianco, Tatarini, Rossi, Buonaiuto, Marfella, De Falco) hanno dovuto accusare il colpo, preparandosi, però, a dare battaglia tra marzo e aprile, quando sarà data loro la parola, in vista della nuova sentenza nell‘aria di primavera.

Le persone alla sbarra rischiano, in verità, parecchi anni di carcere: si va, infatti, dai 4 ai 20 anni di reclusione, inflitti già in primo grado al capoclan e ai suoi uomini più fidati. In alcuni casi, sono previste anche pene pecuniarie, che oscillano tra i 20mila e i 60mila euro circa. Al centro del quadro accusatorio del processo d’appello a carico di Giuseppe Castaldo, Virginio Luigi Castaldo, Franco Castaldo, Rosario Castaldo, Giovanni Caliendo, Antonio De Filippis, Francesco De Filippis, Pasquale De Filippis, Salvatore Fusco, Salvatore Guercia, Saverio Pianese, Giovanni Vaccaro, Giuseppe Valentino, Amalia Volpe, Anna Moscatello ci sono ancora l’imposizione del pizzo, lo spaccio di droga, la lotta armata con i Mazzarella. Occhi puntati, quindi, su una serie di fatti, che si sono verificati, in città, tra il 2006 e il 2008, su cui si fonda l’intero impianto accusatorio. Si tratta di episodi confermati anche dalle dichiarazioni di qualche pentito e da alcune intercettazioni ambientali eseguite dagli inquirenti, che hanno monitorato le conversazioni in carcere tra gli imputati e i loro familiari. A fare da sfondo all’azione del clan Castaldo sul territorio, una faida con i referenti locali dei Mazzarella.

Era scoppiata la “guerra” tra i napoletani (forti di un accordo di non belligeranza con i Sarno, che, all’epoca dei fatti, controllavano diversi comuni del nolano e del vesuviano) e i locali, capeggiati da Peppe o’ commerciante. Castaldo aveva deciso di ridurre in minoranza e di cacciare dalla zona i napoletani. Lo scontro era diventato armato, come attestano alcuni episodi d’esplosioni d’arma da fuoco, su cui hanno indagato le forze dell’ordine. A prescindere dallo specifico degli argomenti affrontati processualmente, di scena nelle aule giudiziarie troviamo, quindi, la ricostruzione di anni drammatici, soprattutto per le vittime innocenti della faida. Sul fronte del racket, il riferimento, in primo luogo, alle persone fatte oggetto di richieste estorsive. Prima dello scontro, era imposto agli imprenditori un pizzo pari al 5% dell’appalto, che consentiva, comunque, di monitorare i guadagni dell‘attività. Durante la guerra tra napoletani e locali, non esistevano più percentuali, le richieste erano due. Pare, tuttavia, che Giuseppe Castaldo avesse imposto un certo codice di comportamento, secondo il quale fossero da vessare soprattutto i forestieri, nonché da ignorare i privati per lavori di scarsa entità economica. Più o meno nella stessa situazione, i commercianti del territorio ai quali, però, più che imporre il versamento di somma di denaro (apparentemente da destinare al sostentamento delle famiglie dei carcerati), si sollecitava l’acquisto di gadget nei periodi prefestivi. Anche sul versante dello spaccio di droga qualcosa era cambiato. Giravano meno sostanze leggere.

Più diffuso era diventato l’uso di cocaina assicurato - a quanto pare - anche a personaggi insospettabili. Il capoclan era attento alla qualità di “neve” proveniente da fuori zona. Giuseppe Castaldo - considerato da molti un capo carismatico e senza paura, subentrato ad Antonio Capasso ('o sfaldista) - tra un periodo e l’altro di latitanza e di carcerazione, era riuscito, insomma, a ricompattare i locali, a innovare le attività di gestione del clan, a curare gli affari dell’organizzazione. Aveva fatto tutto, però, con un pallino fisso: riprendersi il controllo del territorio, per l’appunto cacciando i napoletani con tutti i mezzi, finanche minacce, botte e sparatorie. In quest’ottica, era temuta l’ipotesi d’accordo con altri boss nell’area nolano - vesuviana. Sta di fatto che Giuseppe Castaldo era riuscito - pur senza particolari alleanze - a centrare l’obiettivo: aveva intimorito, costretto alla resa, messo in fuga i referenti dei Mazzarrella, nonostante gli stessi avessero avuto un forte predominio del territorio negli anni precedenti, nei quali avevano addirittura ridotto le 219 della zona (quindi quella cittadina) a loro roccaforti con tanto di sentinelle.

Castaldo Giuseppe, 42 anni, di Marigliano, 20 anni di reclusione
Castaldo Virginio Luigi, 42 anni, di Marigliano, 18 anni di reclusione
Castaldo Franco, 36 anni, di Marigliano, 10 anni e 8 mesi di reclusione
Castaldo Rosario, 28 anni, di Marigliano, 10 anni di reclusione
Caliendo Giovanni, 25 anni, di Marigliano, 9 anni di reclusione
De Filippis Antonio, 40 anni, di Marigliano, 15 anni di reclusione
De Fillippis Francesco, 47 anni, di Marigliano, 10 anni e 5 mesi di reclusione
De Filippis Pasquale, 60 anni, di Marigliano, 16 anni e 8 mesi di reclusione
Fusco Salvatore, 29 anni, di Marigliano, 15 anni di reclusione
Guercia Salvatore, 43 anni, di Marigliano, 11 anni di reclusione e 800 euro di multa
Pianese Saverio, 48 anni, di Marigliano, 15 anni di reclusione e 26mila di multa
Vaccaro Giovanni,42 anni, di Marigliano, 14 anni di reclusione e 60mila euro di multa
Valentino Giuseppe, 39 anni, di Marigliano, 10 anni e 6 mesi di reclusione
Volpe Amalia, 37 anni, di Marigliano, 9 anni di reclusione
Moscatello Anna,42 anni, di Marigliano, 4 anni di reclusione e 18mila euro di multa
Per tutti valgono le pene accessorie alle condanne ricevute.

 

 

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