STRAGE DI ERBA: IL PARADOSSO DELLA FOLLIA

Silvia Conte

Quattro persone morte…perché erano vive.

"Il bambino piangeva, per questo l'ho ucciso". L'orrore questa volta ha la voce pacata di una casalinga come tante. Emersa per i suoi 15 minuti di celebrità da quella banale normalità che forse la affliggeva. E la morte torna ad essere l'unico palcoscenico in cui gli umili possono ancora esibirsi al pari dei "grandi". In cui la crudeltà è democratica come neanche i maggiori governi dell'occidente riescono ad esserlo.

Il gelo di queste parole senza emozione colpisce al cuore lo spettatore ormai imprigionato nella spirale di questa ennesima mattanza. Siamo tutti carne da macello. Siamo tutti potenziali macellai. I crimini peggiori sono stati sdoganati, standardizzati. E si susseguono senza tregua come prodotti dozzinali di una delle tante industrie moderne.

Il male è banale. Ma non per questo finisce di sconcertarci. Soprattutto ora che il mostro è impossibile da scovare perché veste i nostri stessi abiti, respira al nostro stesso modo e, anche se è inaccettabile, ha un cuore che pompa sangue esattamente nella stessa maniera in cui lo pompa il nostro.

Tre persone sono state uccise. Ed un bambino. Quattro vite gettate nel cassonetto dell'esistenza perché qualcuno ha decretato che fosse giunta l'ora della loro fine. Quattro morti in più. Ma non sono i numeri a fare notizia. Non solo. Ognuno di noi, nel silenzio della sua casa, ha accolto con terrore a suo tempo la notizia del ritrovamento di quattro cadaveri ad Erba. Ciascuno di noi, a suo modo, ha tentato di districare la matassa intricata di questa vicenda inspiegabile.

Sin dai primi istanti milioni di italiani si sono arrogati il diritto di vedere, negli occhi di un uomo distrutto, il guizzo della colpevolezza. Azouz è un musulmano. E nel gioco degli stereotipi musulmano vuol dire bestia. Non uomo, non marito, non padre. Semplicemente bestia. Lo straniero, l'immigrato, il mostro venuto dal buio aveva colpito ancora. Quasi che all'atto della nostra venuta al mondo, ognuno di noi si trovi di fronte al suo personale giudizio universale. Costretto ad essere assegnato così, senza possibilità di ricorso, alla parte dei buoni o a quella dei cattivi.

Questa ipotesi, sebbene già barcollante alla nascita, è rimasta facilmente in piedi. Troppo a lungo. Consapevole di potersi appoggiare a quel muro compatto di diffidenza e razzismo che ci contraddistingue. Poi d'un tratto è crollata su tutti noi trascinandoci in un baratro d'angoscia, insieme alla nostra sciocca sicurezza. E l'onore di Azouz è stato medicato dalle stesse mani colpevoli di averlo martoriato.

Ed il profilo di un mostro ben diverso ha cominciato a delinearsi. Prima in modo incerto. Poi sempre più chiaramente. La prevedibilità del pregiudizio ha ceduto il passo all'imprevedibilità. E l'assassino ha assunto le spoglie degli insospettabili. Due vicini senza figli. Infastiditi dai suoni, dai rumori, dai pianti che quella famiglia emetteva nel quotidiano scorrere del tempo. Infastiditi dalla capacità di quella famiglia di essere viva. Quasi che, in questo gioco assurdo, la vita fosse una colpa da punire con la morte.

È questo il paradosso che ci rende incomprensibile l'orrore. Così come è impossibile immaginare che l'autore di una carneficina possa essere lì, a fianco a noi. Seduto al tavolo bisunto dell'ennesimo Mac Donald di provincia. Come se la foga con cui oggi si consumano tonnellate di merci fosse metafora della stessa rabbia con cui quotidianamente vite su vite vengono consumate. Io ero ad Erba. Nonostante fossi seduta nella mia stanza. Io ho visto l'orrore. Nonostante mi sia rifiutata i guardare quelle immagini raccapriccianti. Così come me tanti in ogni parte d'Italia. Perché la vita che è stata offesa in quel luogoè anche la nostra.

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