Marigliano, la Libertà e il Cavaliere

Antonio Capasso

(Articolo pubblicato su “L’Impegno Democratico”-Marigliano - Marzo 1995)

Ogni individuo si trova di fronte ad un determinato stato di cose nella realtà in cui vive e la misura della sua libertà è data dal numero di possibilità che ha a disposizione per assumere una propria iniziativa che incida sul reale.
Innanzitutto deve avere la possibilità di sapersi esprimere e con un certo grado di competenza, affinché comprenda e possa essere compreso; inoltre deve avere accesso ai mezzi di comunicazione di massa perché sia ascoltato dal maggior numero di persone; il suo pensiero, pur se “influenzato” dalla realtà che lo circonda, deve essere espressione di una sintesi autonoma e non di suggerimento o di eccesso d’influenza.

Ma, supposto che siano garantite numerose possibilità, in qualsiasi Stato Democratico il nodo cruciale è stabilire dei limiti all’agire dell’uomo senza intaccare le garanzie di libertà.
Qual è dunque il metro di misura che, consentendoci di esprimere un giudizio obiettivo sulla natura delle scelte di un individuo, di conseguenza ci mette in grado di delimitare il suo campo di azione?

Hanno valore le regole morali o sono forse anch’esse delle con¬venzioni, espressione del vigente ordinamento dell’esistente?
Ritengo che tale metodo si debba ricercare nell’intima essenza della natura umana, nella sua connaturata socialità e lo si possa identificare nella solidarietà, cioè nell’idea della reciproca indispensabilità.

Questo valore solidaristico è un valore laico, universalmente accettabile in quanto estrapolabile da qualsiasi strutturazione sociale e va nettamente distinto dalla “pietà” cristiana.
Di fronte alla realtà l’uomo può muoversi in diverse direzioni e a spingerlo in un senso o in un altro è la qualità e quantità dei suoi bisogni e delle influenze che ha subito; tale spinta può estrinsecarsi in una reale evoluzione o nella difesa dello “statu quo” e dallo scontro tra le diverse esigenze nasce una lotta, che alla fin fine è una lotta per la libertà.

L’attuale situazione politica del nostro paese è caratterizzata proprio dallo scontro tra chi mal tollera l’imposizione di regole e limiti alla libera iniziativa e chi, invece, partendo dal valore solidaristico ritiene indispensabile una regolamentazione dei comportamenti individuali in funzione delle esigenze collettive.
Il primo schieramento, ben individuato nelle idee del Cavaliere, fa riferimento ad un concet¬to astratto della libertà, di tipo anarcoide, incentrato sull’intima convinzione della totale autosufficienza di ogni individuo, che di conseguenza non deve avere freni o limiti di alcun genere alle sue potenzialità o capacità.

E’ la tesi, invero non molto originale, di chi non vuole essere “disturbato” nei suoi affari e crea una mistificante “pseudocorrente” di pensiero spacciandola come liberal-demo¬cratica ma che tale non è assolutamente.
E’ la provinciale ltalian way al successo che, sulla falsariga di quella americana, porta inesorabilmente alla creazione di sacche di assoluta povertà accanto a poche immense ricchezze, con la differenza che negli Stati Uniti quantomeno vengono fatte rispettare alcune regole elementari.

Ciò di cui il nostro paese ha bisogno è invece un allargamento della base produttiva e una diversa redistribuzione del reddito al suo interno; senza ledere la capacità d’impresa, anzi rafforzandola, e contemporaneamente ponendo un limite alle speculazioni finanziarie di tipo parassitario, improduttive per la collettività ma estremamente redditizie per pochi.

Il liberismo anarcoide, teso alla concentrazione della ricchezza, è in realtà illiberale; il vero liberismo democratico contrasta con le concentrazioni monopolistiche, garantendo la uguaglianza vera della libertà d’impresa e nel contempo l’indispensabile protezione sociale.
In Italia oggi bisogna urgentemente far coincidere la modernizzazione in economia con il progresso civile e sociale.

P.S. Questi innocenti pensieri elaboravo nel lontano 1995, oggi la situazione è diventata raccapricciante; in tutto questo tempo il liberismo anarcoide si è trasformato in prepotente arbitrio nell’amministrazione della cosa pubblica oltre che immorale esercizio della propria potenza economica a fronte dell’immiserimento di buona parte della popolazione.
 

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