Marigliano, Luigi Basile un sindaco casto e pio

Redazione

MARIGLIANO - Nel 1959 era Sindaco di Marigliano Luigi Basile. “Cristiano –come lo ha ricordato in una sua omelia Don Giovanni Rinaldi- nelle fibre più segrete del suo essere per l’azione trasformatrice della Grazia Santificante del Battesimo, egli sentì il bisogno di legarsi, sempre più profondamente al suo Signore, consacrando la propria vita a Cristo con i voti religiosi nell’Istituto Maschile della Regalità. E per tutta la vita il suo cuore fu fedele a quest’unico Amore”.

Lunedì 8 giugno 1959. Centinaia di contadini e braccianti agricoli erano convenuti nella piazza centrale di Marigliano davanti al Palazzo Comunale. Era stata, quella precedente, una settimana caratterizzata da innumerevoli incontri e riunioni presso la sede della Coldiretti e presso il Comune. Ma il prezzo delle patate continuava a crollare: 6 lire quando i commercianti erano disposti a ritirarle!

Era stato preso un impegno solenne il sabato sera precedente nel corso di una convulsa e agitata seduta del consiglio comunale. Si stabilì, infatti, che il lunedì successivo, 8 giugno, una delegazione dell'Amministrazione comunale, con il sindaco Basile, avrebbe accompagnato i contadini di Marigliano a Napoli per un incontro con il Prefetto teso ad ottenere un intervento immediato del Governo almeno per tamponare la gravissima crisi che sconvolgeva le nostre campagne.

Di buon mattino, perciò, i contadini si portarono in piazza Municipio in attesa dei rappresentanti dell'amministrazione comunale che avrebbero dovuto accompagnarli presso la Prefettura. Quella mattina dell'8 giugno, però, il portone di ingresso del Municipio era chiuso. Davanti al Palazzo erano schierati, in assetto di guerra, alcune decine di carabinieri del Comando di Nola guidati dal Capitano Tamburrino. Il sindaco Luigi Basile, uscito dalla sua abitazione in Via Collegiata, percorrendo lentamente Via Giannone, giunto all'incrocio con il Corso Umberto, non svoltò a sinistra per raggiungere la sede municipale. Continuò, invece, diritto verso il Corso Vittorio Emanuele e, con passo lento ma deciso, con il breviario tra le mani, da novello Don Abbondio, proseguì per raggiungere infine il Convento di San Vito, ove rimase fino al pomeriggio assorto in preghiere.

La piazza intanto si riempiva di contadini. Riemergeva la rabbia perché, ancora una volta, venivano meno le necessarie considerazioni da parte delle Autorità costituite rispetto ad una situazione sempre più drammatica. La folla aumentava anche perché la piazza era sede del mercato settimanale. I mugugni ben presto si trasformarono in protesta per l'impegno tradito dalle autorità comunali.

La tensione ormai era alta nella piazza quando il brigadiere Petrucci, sceso dalla Caserma allocata al primo piano del Palazzo Comunale, forse anche per dimostrare al capitano Tamburrino di essere capace di disperdere i dimostranti, si diresse verso l'assembramento dei contadini roteando il cinturone di servizio. Un gesto tanto plateale quanto incosciente. Santolo Apice, anziano contadino di San Nicola, colpito da un fendente del brigadiere, ma anche per l'età avanzata, non resse all'urto e cadde sui contenitori di frutta esposti lungo il viale delle "pipparelle". Tra i manifestanti vi erano i tre figli del vecchio Santolo i quali, naturalmente, intervennero in aiuto del padre. Il Petrucci, sottratto all'ira dei fratelli Apice, ritenne opportuno fuggire in Caserma mentre Diventava bersaglio di attrezzi agricoli che partivano come razzi dai contadini ormai inferociti.

A questo punto il capitano Tamburrino, che presidiava il Palazzo Comunale con i suoi uomini del Comando di Nola, decise l'utilizzo dei candelotti lacrimogeni al fine di disperdere la folla. All'ufficiale dei Carabinieri, però, sfuggì la circostanza che quella mattina la direzione del vento volgeva verso il Palazzo Comunale. Durante il processo, infatti, alla domanda del Presidente tesa a conoscere i motivi per cui dopo il lancio dei candelotti i carabinieri si rinchiusero nel Comune lasciando la piazza libera ai manifestanti, il capitano Tamburino rispose che ciò avvenne perché il fumo dei candelotti, sospinto dal vento verso il Municipio, costrinse i militari a riparare all'interno del Palazzo.

Liberi nella piazza, con le forze addette all'ordine fuggite in Caserma o rinchiuse nel Palazzo comunale, i contadini esasperati per la crisi che si abbatteva sul prodotto del loro lavoro, impauriti dallo spettro della miseria e traditi dalle Istituzioni, sfogarono tutta la loro rabbia. Fu dato fuoco all'esattoria comunale, atavicamente odiata dai contadini, ubicata al piano terra del Comune. Le fiamme dagli uffici dell'esattoria raggiunsero la caserma dei Carabinieri sovrastante provocando l'incendio del deposito di munizioni. Presso i locali del dazio al corso Vittorio Emanuele furono devastate suppellettili e dati alle fiamme molti plichi contenenti carte e documenti vari. Presso l'ufficio postale furono tagliati i fili del telefono nell'ingenua speranza di impedire le comunicazioni con le forze dell'ordine del capoluogo.

I Carabinieri, man mano che le fiamme si estendevano, dalle stanze più alte del Comune sparavano raffiche di mitra allo scopo di disperdere i dimostranti. Le fiamme ai locali del Comune, intanto, aumentavano. Il capitano Tamburrino chiese allora di parlare con i contadini, deponendo le armi. I carabinieri uscirono, quindi, dal Municipio ed una folla si raccolse intorno al capitano per ascoltarlo. I "rivoltosi" non avevano capito che di lì a poco sarebbero arrivati i rinforzi da Napoli. Dopo pochi minuti, infatti, appena il tempo di udire il suono stridente delle sirene e piombarono su Marigliano le "camionette" con i "celerini" dando luogo prima ad una scorribanda infernale, poi ad una vera e propria "caccia all'uomo". Furono circa 150 i mariglianesi arrestati, incatenati e tradotti in serata alle carceri di Poggioreale. Tra questi molti completamente estranei ai fatti, come emerse già nei giorni successivi e, poi, al processo celebrato nel mese di novembre dello stesso anno.

Nel pomeriggio di quella calda giornata di giugno, quando ormai carabinieri e poliziotti avevano "riportato l'ordine", giunsero in Piazza Municipio molte Autorità: il commissario Greco, il procuratore della Repubblica Capocelatro, il capo dell'Ufficio politico della questura Colombo. Arrivò anche, casto e pio, il sindaco Luigi Basile di ritorno dal Convento di San Vito.

Adolfo Stellato

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