QUANDO SENTO PARLARE DI POLITICA

Redazione

E' il testo di quello che voleva essere un monologo alla G.Gaber, da interpretare in occasione della festa di fine abbancamento del 30 Aprile. Non avendo nessuna capacità intepretativa e memoria a sufficienza, l'ho letta sul palco come se si tratasse di una lettera. Non mi hanno fischiato, perchè mi vogliono bene...io però insisto. Francesco .

--------------------------------------------- Così, quando per strada sento parlare di politica, mi si accappona la pelle. Hanno mani tozze, quelli che parlano, ma a guardar bene anche giacche alla moda e foulard a pois. Discutono. Animatamente pure. Fanno previsioni sulla scorta di analisi sommarie, per niente scientifiche. Si accalorano. Fanno quasi a botte per contendersi la fatidica ultima parola, per identificare chi vincerà, come se si trattasse di scommettere al cinodromo; come se si dovesse giudicare una prestazione: un salto, un lancio, un’acrobazia…mi dico: “ma la politica, non dovrebbe essere in primo luogo: pensiero? Da quando i pensieri sono in competizione tra loro? Possono vincere l’uno sull’altro? Il pensiero vincente annulla per sempre quello perdente? …di cosa parlano allora? Chi dovrebbe vincere? Quale sarebbe il premio per la vittoria? Il dileggio e l’offesa dell’avversario?”

Così, quando sento parlare di politica e vedo quelle facce da poster oltraggiare la mia città, abbasso lo sguardo. Tanto sono tutte uguali. Sorridenti, finte, scanzonate, persino bonarie…eppure, a dispetto dello schifo che mi fanno, le metabolizzo…è così che l’orrore diviene…arredo urbano. Si imbellettano quelle facce, come puttane da bordello, come le matrone rappresentate da Tinto Brass! Giù lo sguardo, per amor di Dio!...intanto gorgogliano dalle viscere domande: Chi sono questi fantocci? Da dove saltano fuori? Chi li sostiene? E quelle auto lucenti, più puttane di loro, ingorde come sono di barili di petrolio e di ossigeno, chi gliele ha comprate? E noi, i cittadini comuni, perché ce ne stiamo così silenziosi mentre ci violentano l’anima? Perché ossequiosi come ruffiani di corte, come cani timorosi e bastonati gli infioriamo la strada, sognando di svegliarci diversi, di divenire magari esattamente come loro?

Così, quando sento parlare di politica i giornalisti, mestieranti del nulla, sparpaglia folle, seminatori del falso artistico, mendicanti, buffoni, straccioni con le mani gentili ed il cuore asciutto…legionari, pavidi leccaculo del più forte, trafugatori di reliquie, profanatori di tombe, dalla penna elegante e del tutto dimentica della passione che li aveva ispirati; cambio canale. Schiaccio pulsanti in preda alle convulsioni, confidando nel soccorso provvidenziale di un cartone giapponese: un Goldrake d’annata, o forse di un documentario sulla vita delle gazzelle nelle savana, delle formiche dell’isola di Giava…perché no, sulle prodezze del Pibe de oro, indiscusso re di Napoli!

Così appunto, ogni volta che sento parlare di politica, di questa politica, volgo repentino le spalle, cerco di sentire il meno che posso…vado dritto per la mia strada e mi sento solo, forse persino felice, ma comunque troppo solo per essere ancora un uomo. Solo come devono sentirsi soli di domenica, tutti quelli che odiano il calcio. Come mia mamma, in sala rianimazione. Come un buddista a San Pietro la notte di Natale. Come un termosifone all’equatore, una pista di atterraggio in fondo all’oceano, una spazzola a casa di Mastro Lindo…come la Terra al centro dell’Universo. Meglio solo comunque!

Già, perché io non so cosa farmene di questa politica, di questi figuranti, di questi cittadini, di questi giornalisti…Dell’economia, che gonfia indici e si preoccupa di mostrarsi bella. Del PIL, del NASDAQ, del NIKKEI…dell’inflazione che sale e della spesa che scende, della contrazione dei mercati, delle preoccupazioni degli economisti, delle loro politiche di risanamento. Delle nostre Istituzioni a sostegno delle famiglie sempre più in difficoltà, sempre più alle prese con la sindrome del 28° giorno del mese.

Non so cosa farmene della matematica, della biologia, della scienza e della tecnologia. Della medicina moderna, della farmacologia…vorrei anzi vomitare…espellere in un sol conato tutto quello che mi hanno riversato in corpo, iniettato nelle vene, catapultato nel cervello attraverso gli occhi, il naso, la bocca… rinnegare me stesso, per trovare in fondo a tutta questa immondizia l’essenza del mio essere …la mia scatola nera…ma non mi appartengo più e così posso solo scappare. Guardare gli altri e provare la stessa pietà che provo per i miei cento chili di consumo e di sovralimentazione. Scappare e scavare nell’immondizia che mi affolla l’anima e che mi rende così piccolo, meschino, umano! Umano perché, nonostante tutto innamorato della vita…quella stessa vita che mi induce, per un sottile e perverso gioco del destino, ad amare quelle balle, rappresentazione esemplare del tumore che sottende alle “meravigliose sorti e progressive” prospettate e divulgate dall’uomo occidentale…

Che nessuno si provi a rimuoverle dunque! Andate via di qua…quelle sono le nostre balle, quello è il nostro tumore, la nostra sofferenza, la nostra croce sul monte Golgota!…via gli infedeli da Boscofangone, via per sempre.

Francesco Aliperti Bigliardo

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