MAGISTRATI PORTA A PORTA

Redazione

Notizie riservate. Favori agli amici. Concorsi. Indagati a Potenza i vertici degli uffici di Mastella. Compresa la signora Vespa

di Marco Lillo

Tutti aspettavano il grande botto dall'inchiesta sui paparazzi e invece la Procura di Potenza cambia completamente obiettivo. Altro che -scarti ericattí", altro che veline e calciatori.

"L'espresso" è in grado di rivelare che stavolta il pm di Potenza Henry john Woodcock ha indagato una mezza dozzina di magistrati, tre dei quali nona dirigenti del ministero della Giustizia. Il protagonista dell'ultima inchiesta del pm anglo-napoletana è il direttore generale del Ministero di via Arenula: Vincenzo Barbieri, capo dell'ufficio "magistrati", quello che si occupa dei concorsi e delle azioni disciplinari sulle toghe. Un posto chiave, dal quale Barbieri, nominato dall'ex ministro Roberto Castelli e confermato da Clemente Martella, chiede e smista favori e informazioni preziose. Secondo la Procura di Potenza, il magistrato svela notizie segrete sui procedimenti disciplinari (in particolare quelli del pm Woodcock) e interviene su pm e giudici per carpire informazioni a beneficio degli amici.

Se Barbieri è il protagonista dell'indagine, il nome che più farà discutere è quello di Augusta lannini: magistrato distaccata al Ministero, dove dirige il dipartimento Affari giudiziari, e moglie di Bruno Vespa. E accusata di concorso in rivelazione del segreto di ufficio insieme a Barbieri per una telefonata intercettata alla fine del giugno scorso. Erano i giorni di Cannavaro e di Vittorio Emanuele. Alle potre di un'estate caldissima, l'Italia riprendeva fiato sotto l'ombrellone commentando i gol di Torti e l'inchiesta sull'erede dei Savoia. Nelle intercettazioni ribollivano le gesta boccaccesche di monarchi e ruffiani, vallette in cerca di posto e mezzani del potere in cerca di sesso. Anche Bruno Vespa era finito nel calderone, pur non avendo nulla a che fare, con l'inchiesta. Il conduttore era stato intercettato mentre concordava con il portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, gli ospiti di "Porta a Porta" in modo da confezionare una trasmissione su misura del vicepremier.

"Un modus operandi", secondo il pm Wòodcock. "ben lontano dal rispetto dei principi e, in particolare, da quella imparzialità e da quella trasparenza che dovrebbero essere i canoni ai quali deve ispirarsi un servizio pubblico". Due giorni dopo l'esplosione del caso, Fini torna sulle poltrone di -Porta a Porta". Non è un momento facile per il leader della destra italiana. Le intercettazioni raccontano gli affari della moglie e della cognata, le gesta erotiche del portavoce e le raccomandazioni del segretario. Vespa però non lo incalza sugli affari di famiglia e di partito. Dopo avere spiegato con tono "minimal" l'infortunio telefonico che li aveva accomunati, Vespa si limita a fare da spalla e ascolta il leader di An sparare sul colpevole del vero scandalo: " Woodcock è un signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere. Già da tempo si sarebbero dovuti prendere provvedimenti nei suoi confronti".

Passano pochi giorni e Woodcock intercetta una telefonata della moglie di Bruno Vespa, Augusta lannini, che chiede al suo collega Barbieri notizie sulle pratiche discipliri che riguardano un tale del quale non fa il nome. Si tratta di un magistrato che ha cinque procedimenti disciplinari e dal tono si comprende che non deve starle particolarmente simpatico. La lannini lo chiama , "il soggettino di giù ", aggiunge che ha chiesto sul suo conto anche al Csm, ma che non risulta nulla. Chi è il "soggettino"? Secondo gli investigatori di Potenza potrebbe essere proprio Henry John Woodcock e la Iannini non avrebbe avuto alcun titolo per occuparsi dei suoi guai con il Csm e il Ministero. Solo Barbieri era competente sulle questioni disciplinari e, sempre secondo gli investigatori potentini, non avrebbe dovuto confidare nulla alla collega su una pratica in quel momento segreta.

La Procura di Potenza ha contestato la stessa accusa anche al viceprocuratore generale del capoluogo lucano: Gaetano Bonomi. Anche Bonomi parlava al telefono con Barbieri delle inchieste disciplinari di un magistrato innominato. E, secondo gli investìgatori, anche lui puntava su Woodcock. Insomma, il pm dalla lunga chioma bionda che ama scorrazzare in motocicletta, doveva guardarsi da molti ostacoli sia a Roma che a Potenza. Anche perché, se fosse dimostrato il teorema della Procura, ad avercela con lui non sono personaggi di poco conto. La Iannini è soprannominata "la Zarina" per il suo potere indiscusso al Ministero. E Bonomi è il braccio destro procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, il capo dei pm di tutta la regione, quello che esercita l'azione disciplinare contro Woodcock. Per uno scherzo del destino a iscrivere sul registro degli indagati Iannini e Bonomi è stato Giuseppe Galante, il procuratore capo di Potenza, lo stesso magistrato che aveva sollecitato la prima azione disciplinare contro Woodcock in quei giorni di giugno dopo l'arresto di Vittorio Emanuele.

Per ragioni di competenza il fascicolo potentino è stato diviso in quattro. Le accuse alla Iannini e a Barbieri sono finite sul tavolo dei pm romani, quelle contro i giudici in servizio a Roma sono finite a Perugia, mentre quelle contro i pm di Potenza sono finite a Catanzaro e a Salerno. Una parte è rimasta a Potenza e comunque tutto il materiale è stato inviato anche al Consiglio superiore della magistratura perché valuti gli aspetti deontologicî dei singoli casi. Ma è l'immagine complessiva del ministero della Giustizia a uscire a pezzi dall'inchiesta. Amici e figli dei potenti sembrano avere una corsia preferenziale. Un esempio: il cardiochirurgo del padre di Barbieri ha ricevuto una denuncia e vuole sapere perché. Allora Barbieri chiama il pm romano che si occupa del caso e si fa dire tutto: numero del fascicolo, nome del malato deceduto e perizia ordinata. Il pm che ingenuamente ha risposto alle sue domande ora è indagato a Perugia. L'assistente dello stesso cardiochirurgo è stato condannato per un errore sanitario: Barbieri promette di intervenire sui giudici di appello, salvo poi scusarsi per la condanna perché due dei tre giudici del collegio erano irremovibili.

II figlio di un giudice (scomparso da qualche anno) è arrestato per droga? Barbieri chiama il pm dell'Antimafìa. Inutilmente, perché il magistrato non gli dice molto e tiene il ragazzo in carcere. Tra una raccomandazione e l'altra, il direttore generale si gode il sole di Maratea, in Basilicata, a due passi da Lagonegro dove è stato presidente del Tribunale nel periodo del processo al cardinale Giordano. La moglie, Anna Passannanti, capo della procura minorile di L' Aquila, lo raggiunge, per poi tornare a Roma con l'auto blu del marito. A Barbieri è contestato il peculato per l'auto e anche per il cellulare, pagato dai contribuenti, ma usato dal figlio. Piccole miserie che impallidiscono davanti i alla storia del concorso per presiente del Tribunale di Civitavccchia.

Barbieri vuole quel posto e punta tutte le sue carte sul Tar. Che infatti gli dà ragione. A luglio però il Consiglio di Stato ribalta la decisione, aprendo la strada a un suo collega: Angelo Gargani, altro pezzo grosso del Ministero dove è vicedirettore del dipartimento Organizzazione giudiziaria. Barbieri non ci sta a essere scavalcato e così, avendo scoperto nel frattempo che i suoi telefoni sono controllati, inventa una nuova forma di denuncia: tramite intercettazione. Barbieri e Gargani lavorano nello stesso ministero, sovrintendono alle carriere dei loro colleghi. Potrebbero chiarirsi nei corridoi. Invece Barbieri preferisce riversare i suoi sospetti nelle bobine della Procura. Durante una conversazione telefonica, sfida la polizia di Potenza a prendere carta e penna e stende il suo j'accuse: Angelo Gargani sarebbe riuscito a orientare la decisione del Consiglio di Stato grazie alle entrature del fratello, Giuseppe, responsabile giustizia di Forza Italia ed europarlamentare.

Le prove? Scarse o nulle. Barbieri basa il suo sospetto sul fatto che la decisione era nota prima del deposito. Se fosse un cittadino qualsiasi, la bobina finirebbe nel cestino. Ma è il direttore generale che parla. E sta accusando Angelo Gargani, che è anche il presidente del consiglio di Giustizia tributaria, quello che decide sui giudici tributari. Così, per loro garanzia, i fratelli Gargani finiscono sul registro degli indagati e il concorso per Civitavecchia è stato sospeso. Barbieri intanto ha fatto domanda come presidente di un altro tribunale. Era preoccupato dopo la vittoria di Prodi, paventando l'arrivo "dei rossi".

Poi è arrivato Mastella e Barbieri è rimasto al suo posto. Come la Iannini, come Gargani.

Marco Lillo
Da L'Espresso
1 febbraio 2007

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