La voglia disperata di speranza

Angelo Bruscino

Nei giorni scorsi, riflettevo su quanto fosse diverso, in tempi eccezionali come quelli attuali, il valore e la misura che si dà alla speranza, in Italia e nel resto del mondo.
Sono stato spinto da questa riflessione dal Nobel per la Pace, attribuito al Presidente degli U.S.A., Barack Obama, un riconoscimento speciale, perché, caso più unico che raro, fatto alle intenzioni future e alla speranza, appunto, che la sua figura ha saputo suscitare in tanti milioni, miliardi di animi e cuori.

Ebbene, io considero questo dato, questo fenomeno, uno straordinario sintomo, della voglia che il mondo ha di riprendersi, di mettersi in gioco, di crederci ancora nel futuro e nelle nuove generazioni.
Eppure questo istinto umano, che conserva sogni e speranze nei cuori del mondo, in Italia, a leggere e sentire qualcuno, sembra spento o peggio perso, a favore della resa e della paura più nel passato, che a volte in maniera troppo opprimente governa il futuro nel nostro paese, che nelle capacità di chi il domani anagraficamente lo rappresenta e spesso lo fa, consentitemi anche meravigliando qualche scettico di dire.

Sulla scorta di questa riflessione e analizzando le motivazioni che fanno tendere il resto del mondo a spingere sull’acceleratore della speranza e l’Italia su quello del disfattismo, c’è l’assoluta capacità a sapersi reinventare nella propria gioventù, a creare in maniera più o meno naturale il famoso ricambio generazionale, a realizzare, insomma, tutta quella serie di cambiamenti necessari a non perdere la spinta propulsiva e propositiva, degna eredità di tutte le società che restano giovani nei contenuti e nella sostanza.

Ecco, la mancata applicazione in Italia di questi che sono semplici comportamenti sociali, forniti dai paesi vicini e lontani, dove i nostri giovani emigrano per cercare misure oggettive di merito, è anche il grande motivo non più solo di fuga di cervelli, ma ormai di un atteggiamento culturale diffuso di disfatta e sfiducia nel domani, che non colpisce più solo i giovani, ma soprattutto la vecchia generazione, che forse sta cannibalizzando quella successiva.

Ebbene, nonostante gli accorati appelli, giunti negli ultimi giorni da più istituzioni ai giovani, a non lasciare il nostro paese, non mi sembra di aver visto poi in concreto, come al solito, un atteggiamento fattivo e propositivo per realizzare anche solo pochi di quei semplici, ma significativi, cambiamenti necessari a voltare le pagine del vecchio registro. Anzi, devo dire che da giovane mi sento ancora più diffidente e sfiduciato, anche nei confronti di chi denuncia e annuncia, ma poi razzola male.

In tutta onestà, non nascondo la delusione che si prova a trovare indifferenza a questo tema, che forse tra quelli centrali potrebbe segnare sicuramente lo Zenit , non solo della politica, ma del dibattito e delle proposte per rilanciare la sempre più stanca Italia. Ai tanti giovani, però, garantisco che, per quanto sia difficile trovare una mano tesa o un’ opportunità, di mani, alcune anche rugose e indurite dal tempo, in giro se ne trovano, a volte siamo anche noi che preferiamo chiuderci a qualche opportunità rappresentata dai nostri Senior.
L’invito che faccio è, quindi, bilaterale: cerchiamo e troviamoci, nuova e vecchia generazione, nella speranza di segnare insieme il nuovo, magari con un pizzico di tradizione che a ben vedere non guasta mai.
 

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