POMIGLIANO: RIFLESSIONI AD ALTA VOCE.

Sebastiano Perrone

POMIGLIANO - Quella di Pomigliano d’Arco dovrebbe diventare per la nostra regione, e più in generale per tutta l'Italia, l’icona di una protesta per un certo modo di concepire l'economia ed il lavoro, che con la globalizzazione si è fatta strada nella nostra società e nel pensiero economico dei nostri manager e della classe dirigente.

Bisogna iniziare a ragionare partendo proprio da questa crisi, per capire quali errori sono stati fatti dalle nostre democrazie nelle politiche economiche e sociali, di quale miope visione era ed è il libero mercato regolato da se stesso, l'idolatria del liberismo sfrenato, che ci sta conducendo ad una società sempre più povera e sempre più in conflitto, una riflessione che ci aiuti a sviluppare nuove visioni e nuove iniziative politiche e sociali.

Bisogna avere la forza di ripensare al modello di società che vogliamo, una società che sia rispettosa della dignità dell'uomo a partire proprio dal suo faber, che non può essere mortificata da una mentalità economica che svuota l'uomo della sua dignità, piegandolo ad una ragione economica (oggi nuovo dio in terra) che ha nella logica del profitto la sua prassi e la sua etica che modificando l'ordine dei termini, dal lavoro per l'uomo all'uomo per il lavoro, rende l’uomo merce economica.

Se nell'economia l'uomo è operaio inteso nel suo ampio significato, nella società l'uomo è cittadino, ed in quanto tale ha dei diritti che la società gli riconosce e gli garantisce.

Ma quando l'economia sfugge alla logica della cittadinanza, e diventa globale, essa supera i confini della società, delle sue regole, dei suoi diritti/doveri, ed ha un unico parametro guida: il profitto. Che di per sé non è il demonio sia chiaro, un’azienda deve fare utile, altrimenti non c’è l’interesse al fare. Lo diventa quando il profitto mercifica l’uomo, lo rende schiavo pari ad un numero matematico, subordinato e di dignità inferiore ad esso.

Nel fare azienda bisogna tener conto di alcune voci di spesa. Nel costo industriale intervengono tante voci: il costo della strutture e dei servizi (compresi i macchinari e quant’altro necessario alla produzione), il costo della progettazione (cioè dell’idea e del suo sviluppo fino alla sua esecuzione, controllo e manutenzione), il costo delle materie prime e di tutte quelle parti prodotti da aziende terze, il costo della mano d’opera ( compresi oltre ai costi degli stipendi, tutte le voci relative a tasse ed ai diritti garantiti, compresi i costi della sicurezza sul posto di lavoro), ed infine il costo della distribuzione e della rete di vendita.

Rimanendo inalterati alcuni costi e fattori, fare impresa in alcune zone del mondo risulta più conveniente che in altre. Se solo guardiamo al costo degli stipendi è chiaro che produrre in China, in India o in Turchia costa meno che in Italia. Inoltre ci sono i costi sociali e quelli per la sicurezza, senza contare l’orario di lavoro e la grandissima offerta di braccia della China nello specifico.

In questi anni sempre più si è parlato di flessibilità, di necessità di diminuire il costo del lavoro in Italia, di detassare gli straordinari. Insomma di rendere più competitivo il nostro sistema produttivo per far fronte alle conseguenze di una competizione con altri paesi, soprattutto quelli emergenti.

E’ chiaro che se produco un bene in China mi costa la metà o addirittura meno.
Qual è la conseguenza economica? Che posso vendere lo stesso prodotto ad un prezzo minore, incrementando le vendite ed il profitto. E se acquisto il prodotto già fatto da terzi, e ci metto il mio marchio, risparmio anche l’investimento di tutta la struttura produttiva, riducendo il rischio alla sola capacità di distribuzione.

Questa mentalità ha un limite che i fautori della globalizzazione e del liberismo del mercato non hanno considerato o non han voluto considerare, e volendo essere malpensanti han voluto determinare ed attuare.
Hanno inserito nel mercato una chiara situazione di concorrenza sleale perché non si può competere nei costi e dunque nel valore finale di un bene a parità di qualità e fattura, con aziende di paesi emergenti o prodotti in essi, dove non vengono garantiti quei minimi diritti sociali, economici e civili che la nostra civiltà percepisce come necessari al rispetto della dignità della persona umana.

Questo fenomeno non regolato (vi ricordate i grandi annunci sul liberismo, sul mercato che deve darsi da solo le regole?) ha ingenerato una serie di effetti collaterali:
1) la delocalizzazione di parti sempre più consistenti di produzione per incentivare la competitività e l’acquisizione di nuovo mercato, con la conseguenza di ridurre o chiudere attività produttive in quei paesi come il nostro dove la mano d’opera costa di più, le protezioni sociali e le regole sulla sicurezza, sul rispetto dell’ambiente sono più restrittive;
2) il trasferimento del cosiddetto know-how e delle tecniche di produzione all’estero, cioè quel patrimonio di sapere acquisito con anni di esperienza dalle nostre risorse umane, che in molti casi si son tradotti in aziende locali concorrenti;
3) con la chiusura di tante attività produttive, si è avuta una maggiore instabilità sia per gli effetti della disoccupazione, che per quelli della flessibilità;
4) un progressivo impoverimento della società, per la perdita di posti di lavori, per una progressiva diminuzione delle retribuzioni dovute alla necessità di competere in un sistema di concorrenza sleale.
5) Un mercato orientato verso prodotti economici di chiara marca cinese.

Tutto ciò ha generato la crisi che stiamo vivendo. Ed è abbastanza semplice capirlo e spiegarlo, partendo dalla propria esperienza di vita. Se guadagno 100 non posso spendere 200, farò una scelta su ciò che è necessario e ciò che non lo è. Perché si possono anche produrre beni che non costano nulla, ma se diminuisce la capacità d’acquisto chi li compra ?
Se si impoverisce la classe operaia e la classe media che rappresentano in termini numerici il grosso del mercato, chi e cosa si acquista e si vende ?
Certo si potrà vendere rimanendo in tema di auto qualche Ferrari, ma capirete che i numeri grossi li fanno la grande punto o le utilitarie del gruppo Fiat.

Ecco perché c’è bisogno di una inversione di marcia per uscire dalla crisi.
C’è bisogno di politiche di protezione del lavoro, di un nuovo patto tra lavoratori ed imprenditori sani, di una concorrenza sulla qualità e non sulla quantità, di un consumo critico che orienti le scelte dell’economia.
Il mercato è mio, e compro ciò che dico io!
Usiamo il mercato per regolare verso l’alto e non verso il basso, attraverso leggi ad hoc ed un consumo critico.

Come cittadini consumatori, possiamo orientare l’economia facendo scelte di campo. Se ad esempio decidiamo di acquistare italiano chiedendo come consumatori garanzie sulla reale provenienza, la domanda farà si che nessuno si sogni di chiudere le nostre aziende. E se poi usiamo la leva coercitiva del boicottaggio dei consumi, allora è chiaro che possiamo orientare le scelte delle aziende, in quanto di sicuro uno sciopero provoca dei danni economici, ma quanti danni crea una mancata vendita, un’immagine negativa, una mancanza di stima verso una azienda da parte dei consumatori?
Basti pensare a quanto investono le aziende per la pubblicità, per capire quanto sia importante l’immagine e la fiducia del consumatore.

La classe politica ed i sindacati, si sforzino di pensare a nuove forme di garanzia del lavoro, con leggi magari su proposta popolare che limitino a livello europeo l’ingresso nei nostri mercati sia ai prodotti di scarsa qualità, che a quelli realizzati da aziende che non garantiscono un minimo livello di retribuzione e di garanzia per la salute dei lavoratori e per l’ambiente, soprattutto alle nostre aziende che producono all’estero.
Si renda evidente la provenienza di un prodotto: il made in Italy diventi un marchio con concessione governativa, il cui uso sia concesso solo a quei prodotti di fattura veramente italiana! Si vigili con apposite commissioni.

Se tutte quelle regole di tutela e garanzia, di giusto salario, di protezione sociale sono regole che come società riteniamo giuste e legittime, queste non possono diventare penalizzanti per le nostre aziende che si comportano bene in un regime di concorrenza sleale, né grazie a quest’ultima essere messa in discussione per una giusta competitività. Difendere ciò che è giusto è un dovere, oltre che una responsabilità.

 

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