Nola, imprenditoria e usura del clan Russo

Loredana Monda

CASTELLO DI CISTERNA - Ancora una notte di lavoro per i carabinieri del Gruppo di Cisterna. Ancora una notte per preparare un blitz , scattato nella mattinata del 28 luglio, con il quale è stato colpito, nuovamente, il clan Russo. Gli uomini del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna agli ordini del Tenente Colonnello Fabio Cagnazzo hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa, il 24 luglio scorso, dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, nei confronti del trentaquattrenne Vincenzo Viscolo, che è stato ritenuto responsabile di estorsione e di illecita concorrenza mediante violenza o minaccia, in concorso e con l’aggravante dell’art. 7 della L. 203/91, vale a dire per essersi avvalso delle condizioni previste all’articolo 416 bis del Codice Penale e per agevolare l’organizzazione dei Russo, operante a Nola e territori limitrofi.

Contestualmente, il carabinieri hanno eseguito anche un decreto di sequestro preventivo delle quote sociali e dei beni aziendali relativi di una società a responsabilità limitata con sede a Nola, impegnata nel settore pubblicitario, intestata per il 50%, alla moglie di Antonio Russo, figlio del boss Pasquale, latitante e con il fratello Salvatore inserito nell’elenco dei 30 ricercati più pericolosi a livello nazionale. Il giudice per le indagini preliminari pare che abbia concordato con le risultanze investigative dei militari dell’Arma, secondo i quali Vincenzo Viscolo, sin dai tempi della ricostruzione (nel 2005 della citata società a responsabilità limitata, attraverso reiterati danneggiamenti alle installazioni di imprese concorrenti e attraverso minacce rivolte ai rispettivi titolari, è riuscito ad estromettere dal mercato dell’area nolana e dei comuni limitrofi le stesse possibili aziende concorrenti, permettendo alla sua predetta società di decuplicare, in tre anni, il proprio volume d’affari.

Conseguentemente, sarebbero state arricchite le casse dei Russo, di cui, secondo i carabinieri, la citata società è diretta emanazione e braccio imprenditoriale, nonché fonte di sostentamento della latitanza dei Germani Pasquale e Salvatore, capi clan, “primule rosse” fino ad ora imprendibili a causa del tessuto di connivenze che hanno saputo creare e in conseguenza della ideazione di un sistema, semplice ma praticamente inespugnabile, attraverso il quale continuano, praticamente senza soluzione di continuità, ad operare e ad essere presenti sul territorio, non solo avvalendosi di uomini fedelissimi, ma delle condizioni di vero e proprio terrore in cui hanno fatto precipitare la società civile del luogo, esposta alle loro pretese estorsive e incapaci – verosimilmente anche a ragione dell’aura di inafferrabilità che circonda i due camorristi – di qualsiasi significativa reazione.

I carabinieri mettono, tra l’altro, in luce che, ancor più insidiosa, anche se meno appariscente, resta la capacità della camorra di condizionare il corretto svolgersi delle dinamiche imprenditoriali, attraverso l’infiltrazione negli appalti pubblici e privati e con il metodico e capillare ricorso alle estorsioni, che insieme all’usura sono vero e proprio “cancro” per le piccole e medie imprese. Ne consegue la nascita di un indotto, che diventa volano di un’economia illegale, che produce fatturati impressionanti, difficilmente quantificabili e puntualmente reinvestiti, sia in Italia che all’estero, attraverso collaudati circuiti di riciclaggio. Per questa via, secondo i carabinieri, la camorra si strutturerebbe come insieme di “imprese” flessibili, che investirebbero ingenti capitali in tutti i settori economici, danno lavoro precario e senza tutele, ma diffuso e continuo.

Ancora i indagano i militari dell’Arma a partire da alcune soffiate, secondo cui, addirittura, il cosiddetto “sistema” raccoglierebbe il risparmio di lavoratori e di pensionati, rendendoli partecipi, in quota, ai loro affari e secondo cui sarebbe pronto a prestare denaro, anche a sostenibili tassi usurari, a quanti non hanno possibilità di ottenere mutui bancari. Un idea di come agisce l’organizzazione sul terreno dell’usura, secondo i carabinieri, si può avere tenendo a riferimento un’operazione portata a termine il 14 luglio scorso dal Nucleo Investigativo del Gruppo di Castello di Cisterna e dalla Compagnia di Nola, chiusasi con l’arresto del ventottenne Giovanni Sirignano (genero del boss Salvatore Russo), del trentacinquenne Antonio D’Elia, entrambi di Visciano.

 L’operazione aveva preso le mosse da indagini pregresse, scaturite da un’attenta valutazione del contenuto di corrispondenza “censurata” di Michele Russo (figlio del boss Salvatore), detenuto in regime di 41 bis (carcere duro). Michele Russo sostanzialmente chiedeva al cognato di fare una “tarata d’orecchie” al trentenne titolare di un’azienda che produce cioccolata, già sottoposto ad usura, avendo ricevuto proprio da Sirignano 44 mila, per restituirne 55mila dopo due mesi. Non potendo onorare il debito la vittima d’usura e il socio in affari erano stati più volte minacciati e malmenati. A tirare le vittime fuori dal baratro in cui erano finite sono stati, proprio con l’operazione del 14 luglio scorso, i carabinieri.

Sono ancora tanti, però, anche allo stato attuale i casi di usura su cui indagano i militari dell’Arma. Si tratta di casi che coinvolgono soggetti residenti nell’area che si estende a nord di Napoli, nella zona oplontina e nel nolano, finanche a San Vitaliano e Marigliano. Di entità variabile (alcune volte anche in fase di quantificazione) sono le cifre che sono state prestate, sempre a fronte di tassi usurari.

 

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