Per la morte di una nascitura del Nolano indagate 13 persone

Loredana Monda

NAPOLI - Tredici persone, tra medici e personale di supporto, dell’ospedale “Buon Consiglio” sono state rinviate a giudizio, per la morte di una bambina a poche ore dalla nascita (figlia di una professionista dell’area nolana, che ha avuto un parto difficile). A decidere, l’altro giorno, dopo una lunga serie di rinvii, è stato il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, Luisa Toscano.

Al termine di una Camera di Consiglio, il primo luglio scorso, il magistrato partenopeo ha rinviato a giudizio 13 delle 14 persone indagate per una vicenda risalente a circa 4 anni fa. Per un solo soggetto si procederà separatamente, per questioni di natura burocratica (nella caso specifico, un vizio di notifica). Per tutti quelli che dovranno affrontare il processo l’accusa formulata è di concorso in omicidio colposo. La fase dibattimentale del procedimento sarà avviata l’11 novembre prossimo, dinanzi al giudice monocratico Fabio Viparelli.

La vicende prende avvio da una denuncia presentata dalla famiglia della bimba, sulla scorta della quale vengono avviate delle indagini, coordinate dal pubblico ministero Liana Esposito della Procura della Repubblica di Napoli, che si è avvalsa dell’opera di un consulente tecnico. A confermare i fatti oggetto della denuncia presentata all’epoca,

secondo la quale la donna non sarebbe stata sottoposta a controlli per archi temporali troppo lunghi, sarebbe la stessa cartella clinica contenente le annotazioni degli interventi praticati. Ora, la famiglia della bambina, assistita dall’avvocato Giuseppe Petrosino, si è costituita parte civile. Tutto inizia nell’aprile 2005, quando la dottoressa Nicoletta C., una professionista di Nola, rimane incinta per la seconda volta. La gravidanza è tranquilla. La donna si sottopone a controlli medici quotidianamente. Una notte di febbraio 2006, iniziano i problemi: la signora, ormai alla 42° settimana, si accorge di avere delle perdite di sangue. Corre in ospedale. Viene ricoverata. E’ sottoposta a due cardiotografie: i tracciati segnalano una frequenza cardiaca del feto inferiore alla norma. Alle ore 12.59 su richiesta della gestante, un nuovo tracciato che conferma la bassa frequenza cardiaca fetale. Alle 14.00 la signora riceve la visita del suo medico che la informa che la bambina sta, comunque, abbastanza bene e che è possibile attendere il giorno seguente per decidere cosa fare.

 La donna avrebbe, invece, preferito essere sottoposta subito a taglio cesareo. Nel frattempo, le perdite di sangue continuavano. Nicoletta chiede e ottiene di essere sottoposta ad una quarta cardiotocografia, che rileva il risultato precedente, ma che non evidenzia gli stessi movimenti del feto che avevano caratterizzato gli esami precedenti. Dopo quest’ultimo esame, alla signora non sarebbe stato fatto niente altro, nonostante i sintomi manifestati. In una condizione sicuramente angosciante, la donna si reca dal ginecologo di turno, chiedendo, questa volta, una nuova ecografia, a quanto pare rifiutatale, con l’invito a stare tranquilla nell’attesa del giorno seguente.

Durante la notte, la gestante accusa forti contrazioni, così intorno alle 3 si reca ancora all’Unità Ostetrica: è sottoposta a nuovo tracciato, che documenta una condizione di grave sofferenza fetale. Viene disposto, quindi, il taglio cesareo, effettuato intorno alle 4 e 40. Nonostante le ore vissute con concitazione, con il cesareo, viene alla luce la bimba, chiamata Maria Francesca Sofia, che, dopo due arresti cardiaci, muore, però, a poche ore dalla nascita. Determinante per la famiglia della piccola, sia rispetto alle ultime fasi di gestazione sia rispetto alla sorte della bambina, sarebbe stata una negligenza da parte dei medici e del personale di supporto dell’ospedale.

 Da qui, la denuncia, che, dopo alcune indagini e l’arrivo del procedimento dinanzi al giudice per le indagini preliminari, è culminata nel rinvio a giudizio di 13 persone. La mamma di Maria Francesca Sofia, un avvocato di Nola, ora commenta l’accaduto: “Sono fatti dolorosi che ti cambiano la vita. In ospedale stavo malissimo e avrei voluto che mi facessero partorire subito con un cesareo viste le condizioni in cui eravamo la bimba ed io, che ero, tra l’altro, a fine gestazione. Dalla morte di mia figlia è cambiato tutto. Fino ad ora, per loro, non è cambiato niente. Hanno persino continuato a lavorare”. La denuncia presentata dalla signora e dal marito, un ingegnere nolano, non si fonda su un desiderio di vendetta, ma di giustizia. I due coniugi sono, infatti, consapevoli che non riavranno la loro bimba. Sperano, però, di evitare, in tal modo, che certi fatti si ripetano a danno di altri.

 

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