NOLA: OPERAZIONE SOTTO COSTO

Loredana Monda

NOLA - Riflettori puntati sull'operazione denominata "Sotto Costo". Sono stati i carabinieri della locale Compagnia, coordinati dal Capitano Gianluca Piasentin, nella tarda serata di ieri, ad eseguire delle ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, arrestando la quarantasettenne Maddalena Lombardi e il trentottenne Domenico Russo.

Alla donna e all'uomo è stata contestata un'attività estorsiva reiterata e continuata ai danni di numerose persone, dipendenti del supermercato "Decò" di Nola. Si tratta di un'attività estorsiva che sarebbe stata finalizzata ad agevolare l'organizzazione di stampo mafioso capeggiato dai fratelli Pasquale e Salvatore Russo, entrambi latitanti da diversi anni, inseriti nell'elenco dei latitanti più pericolosi a livello nazionale e internazionale, un tempo appartenenti al cartello camorristico Nuova Famiglia di Carmine Alfieri.

Maddalena Lombardi altri non è che la consorte di Salvatore Russo. Domenico Russo (in questo caso solo omonimia con i boss) è definito, invece, dagli inquirenti, il factotum del clan che gestiva nell'interesse del capo, seguendo le direttive della sua signora, le attività imprenditoriali dell'organizzazione nel settore alimentare. A portare all'emissione dei provvedimenti eseguiti nelle ultime ore, un'attività di indagine del nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Nola, affidato al tenente Pietro Calamusa, avviata nel maggio 2007, che era già sfociata nell'arresto, in precedenza, di altri esponenti del clan Russo.

Si tenga a mente, a tal proposito, l'ordinanza di custodia, eseguita in data 11 maggio 2007, che aveva come destinatari, oltre ai due boss latitanti, anche i loro figli maschi e i loro più stretti e fidati collaboratori, che avevano il compito di agevolare la loro latitanza e di assicurare, nel frattempo, la prosecuzione delle attività criminali del clan. Proprio i citati accertamenti hanno consentito di appurare che l'organizzazione si era, negli anni, rafforzata sul piano patrimoniale, al punto da aver assunto una facciata imprenditoriale di apparente legalità. La struttura associativa, la cui pianta organica (anche e nonostante l'esecuzione delle citate misure cautelari) può contare su l'azione di svariate decine di soggetti.

Si è, dunque, affermata nella locale economia non più solo in maniera parassitaria tradizionale (imponendo il pizzo agli imprenditori), ma anche in maniera attiva attraverso la costituzione di società, tra cui la "Russo General Food", di cui sono soci i figli di Salvatore Russo (Michele e Maria Paola), nonché Domenico Russo. Proprio detta società gestisce anche il supermercato della catena "Decò", ubicato in Via Cimitile. La "Russo General Food" era oggetto di un decreto di sequestro del 7 marzo 2008, con cui erano state sottratte alla disponibilità degli indagati una pluralità di beni, essendo stato accertato che la società direttamente ed effettivamente riconducibile ai medesimi era stata impiantata con capitali di illecita provenienza o comunque era espressione delle finalità illecite perseguite dall'associazione essendo finalizzata a portare a ulteriore compimento il reato di cui all'articolo 416 Bis del Codice Penale, essendo il frutto del reinvestimento dei proventi delle attività delittuose.

Con riferimento ai fatti che hanno condotto all'emissione delle ordinanze eseguite si può affermare che ad essere vittime di richieste illecite non sono imprenditori o commercianti operanti sul territorio su cui l'associazione esercita la sua sfera di influenza, ma sono i lavoratori assunti alle dipendenze della società. In un comunicato della Procura di Napoli su tale punto si legge: "E' stato, infatti, accertato che le vittime erano costrette ad accontentarsi di una paga mensile inferiore rispetto all'importo loro dovuto per contratto e formalmente riportato in busta paga. Tale condotta, che già di per sé appare grave e lesiva del diritto - a rilevanza costituzionale ex art. 4 Cost. - ad una retribuzione adeguata e proporzionata alla quantità e al tipo di lavoro prestato, ha assunto connotati davvero allarmanti all'indomani del sequestro delle quote della società cui questo Ufficio ha proceduto ex artt. 321 c.p. e 12 sexies l. 356/92. Dopo l'esecuzione del provvedimento ablatorio, infatti, la gestione imposta dalla presenza attiva e attenta del custode giudiziario aveva permesso ai singoli dipendenti di ricevere quanto effettivamente riportato in busta paga.

Il ripristino della legalità ha, però, avuto vita estremamente breve. Gli indagati, infatti, hanno imposto a ciascuno degli stipendiati di restituire loro la parte di retribuzione corrispondente alla differenza tra quanto risultava nel prospetto della busta paga e la cifra che veniva abitualmente corrisposta quale salario reale. La pervicacia dei soggetti agenti e la condizione di prostrazione e di debolezza delle persone offese hanno costituito, in buona sostanza, i fattori che hanno vanificato il ripristino della legalità avvenuto per effetto del sequestro della "Russo General Food". L'instaurarsi, all'indomani della nomina del custode giudiziario, della prassi di pagamento degli stipendi non più in contanti, ma a mezzo di emissione di assegni circolari, ha fatto sì che gli indagati - i quali in precedenza trattenevano per sé dalla cifra corrisposta in contanti una parte della retribuzione, imponessero ai dipendenti di restituire una parte dei loro guadagni ottenuti dopo avere messo all'incasso i titoli. La "sanzione" irrogata, in maniera immediata e inappellabile, al dipendente che si fosse rifiutato di sottostare a tale sopruso era, come si avrà modo di dimostrare, il licenziamento preceduto da aggressioni fisiche e intimidazioni verbali".

In pratica, le vicende prese in considerazione ai fini all'emissione dei provvedimenti ora eseguiti rappresenta una prova lampante di quanto sia difficile ristabilire la legalità in un territorio, da anni martoriato e preda della macrocriminalità, capace come un cancro non solo di imporre la sua presenza alle attività produttive, ma anche di insistere sulla debolezza dei consociati, fino a renderli arrendevoli dinanzi a soprusi, inerti di fronte alla violazione dei loro diritti. Encomiabile, però, in questo caso, in un territorio preda della diffusa omertà, l'operato delle forze dell'ordine rivelatosi fondamentale per la tutela di soggetti contrattualmente deboli, incapaci di reagire perché costretti dalla necessità di lavorare a fronte di qualsiasi retribuzione.

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