NELL'OTTICA DELLA RIABILITAZIONE, IL TEATRO IN CARCERE

Loredana Monda

Uno spettacolo teatrale per i reclusi nell'istituto penitenziario di Secondigliano, si è tenuto il pomeriggio di venerdì 15 febbraio scorso. Portata in scena "Opera da tre soldi" di Berthold Brecht, che l'ha reso famoso nel 1928, allo Schiffbauerdamm di Berlino. Ottanta anni dopo, un gruppo di 15 detenuti attori è salito sul palco della palestra del citato carcere per cimentarsi con la stessa opera, con l'adattamento e la regia di Giorgia Palombi, l'assistenza di Alessandra Di Castri e Susanna Poole (che anche se per poco sono state a loro volta in scena).

A curare le coreografie, invece, Claudio Grimaldi. Produzione facente capo a "Maniphesta Teatro", che è un'associazione di ricerca e di sperimentazione che da 10 anni si spende in una coraggiosa attività di laboratori e spettacoli negli istituti penitenziari. Nella circostanza è proposta la storia del capo dei mendicanti-imprenditore, Macheat, detto Mackie Messer, Celia sua moglie, Polly sua figlia, del corrotto capo della polizia, Brown, della banda di criminali, delle puttane e dei puttanieri, mendicanti, ladri e nullafacenti tutti confusi, ribaltati e riciclati alternativamente nei ruoli di vittime e carnefici.

E gli organizzatori fanno notare: "Straniamento, come da manuale, per gli attori, così come per gli spettatori. Niente emozione, zero immedesimazione, ma tanto pensiero, razionalità, distanza e volontà di cambiamento della realtà. Sugli applausi finali, un saluto dalle mani giunte di un attore che dalla bocca estende il bacio di un padre ad un figlio in quarta fila. Dalle luci della ribalta al semibuio della sala, un tocco di umanità quotidiana nel gioco della vera vita, anche carceraria".

Per il sociologo Antonio Castaldo "questa rappresentazione teatrale non ha mai, nemmeno per un minuto, ceduto alla illusione del bello e del divertimento, non ha emozionato o gratificato lo spettatore, non ha prodotto alcuna catarsi. La fedeltà all'insegnamento brechtiano, paradossalmente, è stata rispettata grazie anche alla distanza naturale dei bravi detenuti attori messa al servizio dell'efficacia dei loro personaggi. Mentre i conclusivi applausi del pubblico non significavano un congedo dalle riattualizzate vicende sociali rappresentate sulle tavole penitenziarie".

Ilaria Ceci, che ha curato l'ufficio stampa, invece, ha sottolineato: "Le difficoltà burocratiche per realizzare un simile progetto. Ma, grazie alla sensibilità ed apertura mentale del direttore Liberato Guerriero, è stato possibile dar vita ad uno straordinario lavoro".

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