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sabato 07 giugno 2014,
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Marigliano, nella gioia Padre Enzo Antonucci

 

Marigliano, nella gioia Padre Enzo Antonucci

MARIGLIANO - Padre Enzo Antonucci nasce a San Severo (Foggia) il 19 gennaio 1956; della sua terra di Puglia conserverà sempre l’inflessione dialettale nel parlare ed il calore nelle relazioni. Da bambino conosce San Pio da Pietrelcina, difatti il suo papà era un figlio spirituale del Santo cappuccino.
Padre Pio intuisce subito il grande potenziale umano di Enzo. L’incontro con Padre Pio lo segna profondamente ed orienterà la sua vita.
I genitori muoiono prematuramente. I figli non se la passano bene pure economicamente, anche se l’amorevole educazione religiosa ricevuta li aiuterà sempre ed in tutto.

Entra giovane ventenne nel convento dei frati cappuccini di Nola ma ne uscirà presto; da adulto dirà che i cappuccini erano molto severi, in realtà era lui ad avere un carattere indomabile.
Sempre aiutato da una benefattrice di Marigliano, entra, subito dopo, nel convento dei frati minori di San Vito in Marigliano da dove inizia il suo percorso che lo porterà al sacerdozio.
Dopo aver ricevuto il sacramento dell’ordine, diventa il responsabile, nella Provincia religiosa, delle vocazioni, incarico questo che ricoprirà per circa vent’anni, e nel quale spenderà le sue migliori energie mettendo a disposizione dell’amata Provincia le sue capacità e tutti i talenti di cui il Signore lo aveva dotato in sovrappiù.
Dio gli aveva donato in particolare un intuito folgorante, una intelligenza pratica, fattiva ed un’ astuzia rivolta al bene.

E’ grazie a lui se la provincia religiosa del SS. Cuore di Gesù di Napoli non ha chiuso molti conventi per mancanza di frati, poiché Padre Enzo ha accompagnato tanti giovani nel cammino di discernimento nella scelta della propria strada.
Difatti, è vero che la vocazione alla vita sacerdotale è una chiamata che Dio fa all’uomo, che è “una chiamata diretta” senza “centri per l’impiego e di intermediazione”, e che non vi sono mezzani o sensali, ma che è solo un rapporto di amore gratuito tra Dio e l’uomo. Il Papa dice che è un’iniziativa di Dio, un suo invito, che l’uomo, che ne è destinatario, può accogliere o declinare. Ciononostante tale tipo di vocazione ha comunque bisogno di un habitat, dove poter germogliare e crescere, di un tessuto umano dove attecchire e svilupparsi superando ripensamenti e dubbi e per avere la meglio nei confronti di un ambiente familiare e sociale talvolta ostile. Ebbene qui vi è il compito di colui che aiuta a discernere, accompagnando e testimoniando in prima persona.

Infaticabile figlio di San Francesco non si risparmiava. Tantomeno risparmiava le persone che gli erano vicino, perché era diretto ed implacabile; le cose non le mandava a dire, anzi affrontava l’interlocutore, a volte duramente, ma mai invano. Era intollerante verso l’ipocrisia e l’indolenza, specie se “praticate” dai cristiani.
Frate operativo. Non si fermava davanti agli ostacoli, si aggiornava continuamente, partecipava a tutti gli incontri, era ovunque fosse necessario stimolare, ravvivare, iniziare.
Sostenitore convinto ed entusiasta della vita in fraternità e della fecondità delle dinamiche che vi nascono; in particolare credeva nella povertà vissuta e condivisa in comunità e nel sostegno reciproco tra i frati.

Il suo “quartier generale” era il convento di Santa Maria degli Angeli di Marano, da dove faceva veloci incursioni in tutti i conventi della provincia e fuori, per animare e scuotere, promuovendo iniziative di gruppo.

Detestava la tiepidezza. Non accettava i rapporti di facciata, al contrario amava le relazioni vere e vive. Diceva: “L’indifferenza è peggiore dell’odio, vuol dire che per te quella persona non significa niente.”; “Le beatitudini sono la carta costituzionale del cristiano e voi quando le ascoltate dovreste schizzare dai banchi della chiesa”; “Molti cattolici amano stare affacciati, con i gomiti appoggiati al balcone per vedere come va a finire” senza compromettersi, spettatori inerti.

Vista la poca reattività al bene del nostro ambiente imbolsito dal benessere, ad un certo punto aveva deciso di andare in terra di missione in Brasile, ma non gli fu consentito perché il suo posto era qui.Aveva un vocabolario gremito di parole accoglienti ed un corpo sempre pronto a gesti affettuosi.

Bravo cuoco e commensale spiritoso e conviviale, diceva dall’altare: “Quelle belle tavole napoletane imbandite” riferendosi alla gioia ed ai colori del banchetto e dello stare insieme.
Grazie a lui ho conosciuto il centro Italia ed un cristianesimo gioioso, nelle marce verso Assisi; belle ragazze che sorridenti pregavano il rosario lungo la strada dell’alto viterbese, giovanotti che si prostravano faccia a terra a Bolsena nella chiesa del miracolo eucaristico e poi le clarisse di Vitorchiano che si affacciavano dalle finestrelle delle loro celle per salutarci con un viso raggiante di felicità, più luminoso del sole di luglio.

Metteva a proprio agio con una battuta così come ti scuoteva con un confronto duro. Aveva uno sguardo difficile da reggere ed un sorriso che ti apriva il cuore.
Non aveva un carattere facile Padre Enzo, ma i sacerdoti hanno il compito di insegnare agli uomini il mestiere di vivere, e vivere non è facile.
Nel 1998 viene trasferito al convento di San Vito a Marigliano. Un tumore subdolo lo stronca nel pieno del suo agire. Muore a Napoli il 30 marzo del 2000 circondato dall’affetto dei suoi confratelli, a soli 44 anni. I disegni di Dio sono davvero imperscrutabili.
Trascorre molti degli ultimi giorni della sua vita nell’Ospedale di Nola, avvolto dalle cure premurose dei frati cappuccini, proprio i cappuccini che avevano amorevolmente accolto, all’inizio del suo cammino, quell’irruente germoglio. Stai sicuro Padre Enzo, il bene lascia tracce


Vincenzo Pizza

 

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