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martedì 27 gennaio 2009,
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A M I L C A R E     F U S I N I

 

A M I L C A R E             F U S I N I

“Amilcare Fusini? Chi era costui?” dirà il lettore nel leggere questo titolo, se non avrà prima dato uno sguardo alla foto che lo correda. E’ vero, è un nome che a molti dice poco o niente; infatti, quasi per tutti i suoi amici e conoscenti, lui era “Don Peppino l’infermiere”.

Napoletano verace, ma cresciuto a Marigliano, e precisamente “’mpizz’ a torre”, Don Peppino Fusini si segnalò ben presto per laboriosità ed onestà di vita. Da giovane, accompagnava il dottor Gennaro Esposito quando, con il tradizionale carrozzino, si recava dai suoi pazienti nel consueto “giro” di visite quotidiano. Più tardi, conseguito il diploma di infermiere, non tardava ad affermarsi per l’esemplare serietà, puntualità e professionalità nell’esercizio di un’attività tanto preziosa per la salute quanto delicata.

Accanto al lavoro compiuto nel suo studio egli non lesinava l’impegno presso le abitazioni di numerose famiglie del centro come della periferia o dei comuni vicini: un attivismo insonne al servizio di più generazioni di persone bisognose di cure, esercitato con assiduità e senza risparmio di energie non per avidità di guadagno ma per innata generosità.

 Lo sanno (e lo ricordano) quanti ebbero occasione di avvicinarlo, di stimarlo e di volergli bene, apprezzandone le non comuni doti: la competenza, la pazienza, l’amabilità, la correttezza e la singolare discrezione e riservatezza: don Peppino entrava nelle case di tanti mariglianesi, ma dalla sua bocca non trapelava mai il minimo accenno alla malattia o alle condizioni di vita dei suoi pazienti.

Aveva la virtù di saper alleviare il disagio e la sofferenza di quanti avevano bisogno della sua opera: gli erano peculiari la mitezza e la delicatezza del tratto con cui si avvicinava ai pazienti, e in particolare ai più piccoli e meno coraggiosi, che riusciva a rassicurare o distrarre con la inesauribile verve delle sue innumeri filastrocche e facezie, nelle quali risaltava la sua vivace napoletanità in una con la sua schietta vena umoristica: “Sapurite e geniuse, / e tiene ‘o naso a dduie purtuse”; “Parlammo e cammenamme, / e ‘a tabacchera nun ‘a tuccamme; “Scusate e permettete, / e song’ ‘o figlio ‘e Fronnaéte”.

 Era proverbiale, infatti, con la sua disponibilità, la sua affabilità, esaltata da una forte carica di simpatia, che traluceva anche nelle appassionate dispute del lunedì mattina, a saporoso commento delle prove domenicali della squadra calcistica del Napoli, di cui era tifosissimo. Per molti, allora, egli era “uno di casa”, come una persona di famiglia, affettuosa, premurosa e preziosa anche per la sua saggezza ed esperienza di vita!

Queste doti apparivano illuminate da una sicura fede religiosa, fautrice di altruismo e di dedizione al bene del prossimo, che lo induceva ad accorrere prontamente al capezzale di una persona sofferente anche nelle ore di solito dedicate al riposo, diurno o anche notturno, con slancio e senza far pesare il suo innegabile disagio, tanto più sensibile in quanto la sua giornata cominciava alle prime luci dell’alba, se non prima!

Un impegno, il suo, nel quale ebbe coadiutrice valida e sensibile la consorte di tutta una vita, la signora Maria, che in una con il figlio dott. Peppino mitigò la depressione in cui fatalmente l’inazione, il riposo forzato imposto dal peso degli anni lo avevano indotto negli ultimi giorni della laboriosa esistenza, spentasi nell’adulta primavera di dieci anni fa. Chi, come me, ha ricevuto da lui tanto bene, ama ricordarlo sorridente, attivo e faceto come quando frequentava la sua casa.

E ripetere, a specchio del proprio rammarico, l’ideale messaggio indirizzatogli nella triste giornata del distacco: “Non vi dimenticheremo, don Peppino caro, grati per tutto quanto ci avete dato: con voi, purtroppo, scompare una figura di vero “signore”, e insieme se ne va una parte di noi vostri amici… ed anche una parte dell’ “antica” nostra Marigliano”.


FRANCO TRIFUOGGI
 

 

 
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