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giovedì 04 gennaio 2007,
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P I E T R O    P E S C E

 

P I E T R O                    P E S C E

L' ARS MEDICA COME MISSIONE

Marco Tullio Cicerone, avendo conseguito le più alte cariche dello Stato e appagate le ambite aspirazioni, scriveva di se stesso: "homo novus sum". Egli voleva significare, con tale espressione, di non provenire da famiglia patrizia o senatoriale ma di essersi affermato nel mondo della Repubblica di Roma confidando nel suo mondo intertiore che la natura, prodiga, aveva dotato e arricchito.

Volendo annotare qualche ricordo del dottor Pietro Pesce, nobilissima e aristocratica figura di medico mariglianese, mi è sorto spontaneo l'accostamento a Cicerone. Il dottor Pietro apparteneva, infatti, ad una famiglia che ha sempre impressionato positivamente per i sacrifici, l'onestà e la rettitudine che animarono il capofamiglia Salvatore Pesce. Questi riuscì a far conseguire una laurea ai suoi quattro figli maschi (Pietro 1879-1950, medico-chirurgo, Luigi 1881-1972, rev. Canonico, Maria Grazia 1886-1970, Sebastiano 1891-1980, direttore didattico, Giuseppe 1896-1973, farmacista) e soprattutto, a trasfondere in essi principi etici e di alto sentire, per cui erano e si comportavano da gentiluomini.

Del dr Pietro Pesce va subito affermato che non era un "mediconzolo" ma un valente e coscienzioso professionista. Laureatosi nel 1905, fu volontario per i soccorsi medici ai terremotati del comune di Messina nel 1908, dal quale ricevé un diploma di merito con medaglia. Fu poi ufficiale medico nella guerra 1915-18, ed i profughi di Catania gli tributarono, nel 1919, con un orologio da taschino, in oro, la riconoscenza per l'assistenza medica loro prestata.
Chiuse la sua esistenza nel sonno dopo essere stato alla Messa di mezzanotte, nella notte dell'Immacolata del 1950, nella chiesetta delle suore d'Ivrea.

Con animo commosso lo ricordo nel suo ambulatorio o quando sul suo biroccino, in compagnia del suo fedele cocchiere, usciva per le visite domiciliari in Marigliano e nelle masserie, verso Somma V. o verso Polvica. Asoettare ed accogliere in casa il dr. Pesce era quasi un rito: si preparava il catino con l'acqua, l'ascugamani ed il sapone e poi, trepidanti ed ansiosi, si attendeva il suo arrivo. Quando entrava in casa, un senso di sollevo animava l'ammalato ed i suoi familiari.

Pietro Pesce era non solo il medico che curava ma anche il confidente e consigliere della famiglia; si esprimevano a lui sia i malanni del corpo che quelli dello spirito. Ai suoi tempi non esistevano le moderne tecniche diagnostiche: al suo orecchio e alle sue dita erano affidate le diagnosi e queste erano sempre precise e lineari, con il seguito di terapie appropriate. Quante volte il suo lavoro di diagnosi e terapia veniva confermato dai luminari sollecitati per un consulto.

Ma il dottor Pesce non si limitava solamente all'impegno descritto; egli seguiva con premura l'ammalato recandosi, spontaneamente a rivisitarlo, tutte le volte che lo riteneva necessario. Era animato da un alto sentire ed i termini per delineare la sua la sua personalità umana e professionale potrebbero apparire una esagerazione, ma non è così. Rispettoso dell'ammalato, si accostava a lui con delicatezza e partecipazione alla sofferenza; aveva un carisma particolare che gli permetteva di infondere serenità in quanti lo avvicinavano.

Quando gli aerei americani mitragliarono Marigliano, credendo che vi fosse ancora presente un carro armato tedesco che ne aveva fermato l'avanzata da Somma V., furono da lui curati i 18 feriti, di cui uno morì, portati al suo ambulatorio privato, in assenza di possibili ricoveri ospedalieri. Il seguente episodio aiuta a comprendere quanto descritto di lui sinora.

Aveva un caro amico, il prof. Nicola Sena, un uomo tra i più colti mariglianesi del tempo, con cui ogni anno, durante l'estate, soleva fare un viaggio per l'Italia o l'Europa. A volte, sollecitato dall'amico "don Nicola Sena" a prolungare la vacanza o ad intraprenderne un'altra, il dr. Pesce così gli rispondeva: "La mia non è una professione o arte qualsiasi, bensì una missione, come quella dei preti, e non posso né devo abbandonare i miei malati più di quello che faccio".

Queste parole compendiano la vita del dottore Pietro Pesce: l'esistenza concepita come una missione e non "una iattura per molti e un privilegio per pochi, a ché la godano" (Alessandro Manzoni).

RAFFAELE CELIENTO

 
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